mercoledì 11 febbraio 2026

Estetica e teologia cristiana del cuore in Ucraina, di Carlo Sarno

 

Estetica e teologia cristiana del cuore in Ucraina

di Carlo Sarno



Chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Zhovkva, regione di Lviv.


INTRODUZIONE

L'estetica di Hryhorij Skovoroda non è una disciplina separata, ma un'estensione della sua filosofia del cuore e della sua visione metafisica neoplatonica.
Ecco i principi che definiscono la sua "estetica":

1. Bellezza Interiore vs Esterna
Per Skovoroda, la vera bellezza non risiede nella forma fisica (la "tenebra della materia"), ma nello splendore della luce divina che brilla attraverso di essa.
Dualismo della natura: Ogni cosa ha una natura visibile (temporanea, vuota) e una invisibile (eterna, vera).
Bellezza come Verità: Un oggetto o una persona sono belli solo se riflettono la loro essenza spirituale interiore.

2. Il Simbolismo e l'Emblematica
Skovoroda utilizza un linguaggio altamente estetico fatto di simboli ed emblemi per comunicare verità che la logica razionale non può afferrare.
Il Mondo come Testo: Il mondo è un sistema di segni che va decifrato.
Funzione del Simbolo: Serve a elevare l'individuo dal dato fattuale alla comprensione dell'universale, agendo direttamente sui sensi e sul cuore.

3. "Lavoro Congeniale" (Srodna Pratsia)
L'estetica di Skovoroda si manifesta nell'azione: la bellezza di una vita umana risiede nel compiere un lavoro congeniale alla propria natura.
Armonia Creativa: Seguire la propria inclinazione naturale crea un'armonia estetica tra l'individuo e l'universo.
Gioia del Cuore: La vera "opera d'arte" è la propria anima educata e libera dalle vanità.

4. Il "Cordocentrismo"
Il cuore è il centro estetico e morale dell'uomo. La bellezza è percepita non dall'intelletto, ma dal "cuore profondo", che è l'organo della visione spirituale.



LA FILOSOFIA DEL CUORE DI SKOVORODA

La filosofia del cuore (o cordocentrismo) è il nucleo pulsante del pensiero di Hryhorij Skovoroda. Non è un concetto sentimentale, ma una vera e propria teoria della conoscenza e dell'essere che affonda le radici nella tradizione biblica e neoplatonica.
Ecco i punti chiave per comprendere questa visione:

1. Il Cuore come Centro Metafisico
Per Skovoroda, il cuore non è un muscolo, ma l'organo della percezione spirituale. È il luogo in cui convergono pensiero, volontà e fede.
Abisso Interiore: Il cuore è un abisso senza fondo dove l'uomo incontra Dio. È la "porta" attraverso cui si passa dalla natura visibile (materia) a quella invisibile (spirito).
Vera Identità: Tu non sei il tuo corpo o i tuoi vestiti; la tua vera essenza è il tuo "cuore profondo".

2. Il Cuore come Strumento di Conoscenza
Mentre la ragione (l'intelletto) analizza solo la superficie delle cose, il cuore è l'unico strumento capace di decifrare il mondo simbolico.
Intuizione vs Logica: La verità non si raggiunge con calcoli razionali, ma attraverso un'illuminazione interiore che avviene nel cuore.
Lettura della Bibbia: Skovoroda sosteneva che la Bibbia non vada letta alla lettera, ma "con il cuore", per coglierne i significati simbolici ed eterni.

3. "Conosci te stesso" e il Narciso
Skovoroda reinterpreta il mito di Narciso in chiave positiva:
Narciso non è il vanitoso che si ama, ma l'uomo che guarda dentro di sé per scoprire l'immagine di Dio riflessa nel proprio cuore.
L'autocoscienza è il primo passo per la salvezza individuale; solo conoscendo il proprio cuore si può capire il proprio destino.

4. Il Legame con la Felicità (Pace del Cuore)
La filosofia del cuore ha uno scopo pratico: il raggiungimento della pace interiore.
Srodna Pratsia (Lavoro Congeniale): Il cuore ti suggerisce qual è la tua vera inclinazione. Seguendo la "voce del cuore" nel lavoro e nella vita, l'uomo entra in armonia con l'universo e trova la vera gioia.
Libertà dalla Vanità: Chi vive nel cuore è immune alle "esche" del mondo esterno (fama, ricchezza, potere), che Skovoroda considerava "cacce infruttuose".



TEOLOGIA DEL CUORE CRISTIANA

La "filosofia del cuore" di Skovoroda è intrinsecamente legata alla teologia del cuore cristiana, agendo come un ponte tra la mistica ortodossa orientale e il pensiero filosofico moderno. Non si tratta di concetti separati, ma di una rielaborazione laica e itinerante di dogmi teologici millenari.
Ecco come si intrecciano questi due mondi:

1. Radici nella Tradizione Orientale (Esicasmo)
Skovoroda è considerato un "esicasta secolare". Come nella teologia dei Padri della Chiesa e nella pratica dell'esicasmo, il cuore è il luogo della "custodia dei pensieri" e dell'incontro diretto con la luce divina.
Cardiognosia: La capacità di "conoscere il cuore" è un dono divino nella teologia cristiana; per Skovoroda, diventa il metodo filosofico principale per distinguere il vero dal falso.
Il Cuore come Tempio: Riprende l'idea biblica del cuore come sede dello Spirito Santo, trasformandola nel perno della sua antropologia: l'uomo è "un cuore" prima di essere corpo.

2. Il Cuore come "Organo della Risurrezione"
Mentre la teologia classica si concentra sulla risurrezione dei corpi, Skovoroda sposta l'accento sulla risurrezione del cuore nel qui e ora.
Attraverso il dolore e l'ascesi (il "mistero della Croce"), l'eros umano si trasforma in agape divina all'interno del cuore, portando l'individuo a una "nuova nascita" spirituale.

3. Divergenze dalla Teologia Istituzionale
Nonostante le radici cristiane, Skovoroda si distacca dalla teologia dogmatica per alcuni aspetti:
Immanentismo: Per la Chiesa, Dio è trascendente; per Skovoroda, Dio è quasi "fuso" con l'essenza invisibile del cuore umano, una visione che sfiora il panteismo.
Cristologia Universale: Egli vede Cristo non solo come figura storica, ma come la "Verità dell'Uomo" presente potenzialmente in ogni cuore, rendendo ogni persona capace di diventare "un Cristo" attraverso la conoscenza di sé.

4. La Bibbia del Cuore
Skovoroda sosteneva che "la Bibbia di tutti è il cuore dell'uomo". Questo significa che la Scrittura esterna è solo uno specchio (un "mondo simbolico") di ciò che Dio ha già scritto nel cuore profondo di ogni individuo.



PACE DEL CUORE E BEATITUDINE

La relazione tra la "pace del cuore" di Skovoroda e la beatitudine teologica tradizionale è un passaggio dalla promessa di una ricompensa futura a una realtà psicologica e spirituale immediata.
Mentre la teologia classica spesso proietta la beatitudine nella vita ultraterrena, Skovoroda la riporta nella dimensione terrena attraverso l'armonia interiore.

1. Temporalità: Presente vs Futuro
Beatitudine Teologica: Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, la beatitudine è spesso presentata come un "dono gratuito" legato alla vita eterna e alla visione di Dio nel regno dei cieli.
Pace del Cuore: Per Skovoroda, la felicità è "qui e ora". La pace non è un premio post-mortem, ma lo stato naturale di chi ha scoperto la propria "natura invisibile" e vive in accordo con essa.

2. Metodo: Lavoro Congeniale vs Grazia Esterna
Beatitudine Teologica: Si ottiene attraverso la grazia divina e l'osservanza dei comandamenti, ponendo Cristo al centro della fede.
Pace del Cuore: Skovoroda introduce il concetto di Srodna Pratsia (lavoro congeniale). La pace del cuore nasce dal compiere ciò per cui si è nati; è un'estasi che deriva dall'attività stessa, non dal suo risultato esterno.

3. La "Quietudine" (Hesychia)
Skovoroda rielabora la tradizione dell'esicasmo (la ricerca della quiete interiore).
La sua "pace del cuore" (kardiaké hesychia) è una forma di beatitudine pratica: una stabilità emotiva e spirituale che rende l'uomo invulnerabile alle tempeste del mondo esterno.
A differenza della beatitudine mistica puramente contemplativa, quella di Skovoroda è dinamica: si manifesta nel vagabondaggio, nell'insegnamento e nella gioia del quotidiano.

4. Il Ruolo del Desiderio
Skovoroda, influenzato anche dall'epicureismo cristiano, sostiene che la pace del cuore consista nel limitare i desideri artificiali per soddisfare solo quelli naturali, poiché "Dio ha reso il necessario facile e il superfluo difficile".



L'ESTETICA DELL'AMORE DI GESU'

L'estetica del cuore di Skovoroda e l'estetica dell'amore di Gesù sono inseparabili: per il filosofo ucraino, la bellezza non è un attributo formale, ma l'irradiazione visibile dell'amore divino (agape) che abita il centro dell'uomo.
Ecco i punti di contatto fondamentali:

1. La Bellezza come "Epifania dell'Amore"
Mentre l'estetica classica cerca la bellezza nelle proporzioni, Skovoroda segue l'estetica di Gesù, dove la bellezza coincide con la verità e la bontà che si manifestano nel dono di sé.
L'Invisibile nel Visibile: Proprio come Gesù rivela l'amore invisibile del Padre attraverso gesti e parabole, l'uomo di Skovoroda manifesta la propria bellezza interiore attraverso il "lavoro congeniale", che è un atto d'amore verso la propria natura e verso Dio.

2. Il Cuore come Luogo della Trasformazione
La relazione tra i due concetti risiede nel processo di purificazione dell'eros:
Dall'Eros all'Agape: Skovoroda descrive come il "fuoco materiale" dell'amore umano (eros) debba essere trasformato, attraverso il mistero della Croce, nell' "acqua viva" dell'amore divino (agape).
Il Cuore-Altare: Il cuore è l'altare su cui avviene questo sacrificio estetico: la rinuncia alle vanità esterne per far risplendere l'immagine di Cristo in sé.

3. La "Cristologia Universale"
Skovoroda non vede Gesù solo come una figura storica, ma come l'archetipo estetico dell'uomo perfetto.
Diventare Cristo: L'estetica del cuore punta alla trasformazione di ogni persona in "un Cristo". La bellezza suprema è l'uomo che, conoscendo il proprio cuore, realizza la propria somiglianza con Dio, diventando "ospitale" e "pieno di gioia" come il Gesù dei Vangeli.

4. La Gioia come Segno Estetico
Per entrambi, il segno che l'amore ha raggiunto il cuore è la gioia (radost). Non una gioia passeggera, ma una condizione di stabilità interiore che Skovoroda chiama "pace del cuore" e che Gesù definisce come la "sua pace" data ai discepoli.



LA TEOLOGIA DELLA BELLEZZA

Il confronto tra l'estetica di Skovoroda e la teologia della bellezza (via pulchritudinis) cristiana rivela una convergenza profonda: la bellezza non è un ornamento, ma il "bagliore della verità" (Veritatis Splendor) che trasfigura la materia attraverso l'amore.
Ecco i punti di contatto e di distinzione:

1. La Bellezza come Trascendentale
Nella teologia classica (da Agostino a von Balthasar), la bellezza è un attributo di Dio insieme al Vero e al Bene.
Skovoroda: Porta questo concetto all'estremo antropologico. La bellezza non è "là fuori", ma è la luce del cuore che proietta armonia sul mondo. Se il cuore è deformato dall'egoismo, il mondo appare brutto; se il cuore è "cristificato", tutto diventa simbolo di bellezza divina.

2. Il "Bello" come Kenosi (Svuotamento)
La teologia della bellezza di Gesù culmina sulla Croce, definita da molti teologi come la "bellezza del paradosso".
La Visione di Skovoroda: Egli sposa questa estetica del sacrificio. La vera bellezza nasce quando l'uomo "uccide" il proprio ego esteriore (la carne, la vanità) per far nascere l'uomo interiore. È una bellezza ascetica: il volto del saggio vagabondo, povero ma radioso, riflette la gloria di Cristo più di qualsiasi cattedrale dorata.

3. La Trasfigurazione del Quotidiano
Teologia del Cuore: Insegna che l'amore di Gesù rende belle le azioni minime.
Skovoroda: Traduce questo nel concetto di Srodna Pratsia. Un calzolaio che cuce con amore e "secondo natura" compie un atto esteticamente superiore a un re che governa senza cuore. La bellezza è funzionale alla santità: è l'accordo perfetto tra l'essere e il fare.

4. Differenze di Prospettiva
Caratteristica:  Teologia della Bellezza (Istituzionale)  -   Estetica del Cuore (Skovoroda)
Sorgente:   Liturgia, Creato, Arte Sacra   -  Il "Cuore Profondo" e l'Autoconoscenza
Manifestazione:   La Gloria di Dio nel mondo   -  La Gioia e la Pace dell'individuo
Ruolo di Gesù:   Verbo Incarnato, Canone di Bellezza   -  Archetipo interiore, "Amico del Cuore"

Skovoroda sposta l'enfasi dalla celebrazione esterna alla celebrazione interiore: l'uomo diventa "poesia di Dio" nel momento in cui il suo cuore pulsa all'unisono con l'amore di Gesù.



LA TEOLOGIA SIMBOLICA

Il rapporto tra il mondo simbolico di Skovoroda e la teologia simbolica (che affonda le radici in Dionigi l'Areopagita e prosegue nella tradizione patristica e bizantina) è un legame di continuità creativa.
Per Skovoroda, il simbolo non è una semplice metafora, ma un veicolo ontologico: è ciò che permette di "vedere" l'invisibile attraverso il visibile.

1. La Struttura dei Tre Mondi
Skovoroda organizza la realtà in tre mondi, e il "mondo simbolico" funge da mediatore necessario:
Macrocosmo: L'universo fisico (la natura).
Microcosmo: L'uomo (il cuore).
Mondo Simbolico: La Bibbia (e i miti/emblemi).
Nella teologia simbolica classica, il simbolo (dal greco sym-ballein, "mettere insieme") unisce il mondo sensibile a quello divino. Per Skovoroda, il mondo simbolico è la "scatola degli attrezzi" che Dio ha fornito all'uomo per decifrare sia il Macrocosmo che il proprio Microcosmo.

2. La Bibbia come Geroglifico Divino
Skovoroda si distacca dal letteralismo teologico per abbracciare una visione puramente simbolica:
Oltre la Lettera: Come i teologi alessandrini (Origene), egli crede che la Bibbia sia un labirinto di immagini "mostruose" o assurde se prese alla lettera, ma bellissime se interpretate come simboli del cuore.
La Funzione Anagogica: Il simbolo ha il compito di "condurre verso l'alto". Non descrive Dio, ma orienta il cuore verso un'esperienza diretta della Verità.

3. La Coincidenza dei Simboli
Il punto di incontro più forte con la teologia simbolica è l'idea che tutto sia segno:
Simmetria tra i mondi: Se nella teologia di Gesù l'amore trasfigura la realtà, in Skovoroda il simbolo è la prova di questa trasfigurazione. Un uccello, un fiore o una fontana non sono solo oggetti, ma "parole" di un linguaggio divino che parla al cuore.
Il Narciso e il Cristo: Skovoroda fonde simboli pagani e cristiani. Il Narciso che si specchia è il simbolo teologico dell'anima che cerca la propria immagine divina. Qui la teologia simbolica diventa psicologia spirituale.

4. Differenze: Il Simbolismo come "Specchio" vs "Velo"
Teologia Classica: Spesso vede il simbolo come un "velo" che nasconde la maestà divina per proteggere l'uomo dalla sua luce accecante.
Skovoroda: Vede il simbolo come uno "specchio". Il mondo simbolico non serve a nascondere Dio, ma a riflettere l'uomo a se stesso. La Bibbia è lo specchio in cui il cuore riconosce la propria bellezza e le proprie ferite.

Sintesi Estetica
In questa visione, la bellezza del mondo simbolico risiede nella sua capacità di fare sintesi: esso guarisce la frattura tra spirito e materia. Senza il simbolo, la materia è "cadavere"; senza il simbolo, lo spirito è inaccessibile.
"Tutto ciò che è visibile è solo l'ombra di ciò che è invisibile." — Questa massima di Skovoroda è il cuore della sua teologia simbolica.



GESU' COME "BELLEZZA FERITA"

L'incontro tra l'estetica di Skovoroda e l'immagine di Gesù come "Bellezza Ferita" ci porta nel cuore del paradosso cristiano: la gloria che risplende attraverso la vulnerabilità.
In Skovoroda, questa relazione si articola attraverso una sintesi tra l'ascesi filosofica e la teologia affettiva, dove il dolore non è fine a se stesso, ma è il "guscio" che deve rompersi per liberare la bellezza dello spirito.

1. La Bellezza Ferita: Il Paradosso della Croce
Nella teologia della bellezza (via pulchritudinis), Gesù sulla croce rappresenta la "bruttezza" esteriore che nasconde la suprema bellezza dell'amore. Skovoroda sposa questa visione attraverso il suo dualismo:
La ferita come apertura: Per Skovoroda, l'uomo deve essere "ferito" nelle sue certezze materiali e nel suo ego per poter guardare dentro il proprio cuore. La ferita di Gesù è il simbolo di un'apertura ontologica: solo attraverso la "rottura" della carne (il visibile) si accede alla luce del cuore (l'invisibile).
L'estetica del sacrificio: La bellezza in Skovoroda non è mai statica o decorativa. È una bellezza "conquistata" attraverso il tormento della ricerca spirituale. Il Cristo sofferente è bello perché la sua ferita è il punto di massima irradiazione del suo amore per l'umanità.

2. Il Legame con la Teologia Affettiva
La teologia affettiva pone il sentimento spirituale e il desiderio al centro dell'esperienza religiosa, privilegiando il "sentire" rispetto al "capire".
Il "Fuoco" del Cuore: Skovoroda parla spesso del cuore come di un braciere. L'amore di Gesù non è una dottrina, ma un calore che trasforma l'essere. La bellezza è dunque un'esperienza estetica nel senso etimologico (aisthesis): una percezione sensibile di un calore divino.
La Melanconia e la Gioia: Skovoroda vive personalmente la "ferita" della malinconia (toska), una sofferenza del cuore che cerca la sua patria celeste. La teologia affettiva vede in questa sofferenza non una patologia, ma un "dolore estetico" che prova la nobiltà dell'anima: solo un cuore nobile può soffrire per la mancanza di Dio.

3. La "Ferita d'Amore" come Conoscenza
Skovoroda riprende il tema mistico della ferita d'amore (presente in Cantico dei Cantici e in Giovanni della Croce):
L'amore di Gesù ferisce il cuore dell'uomo per attirarlo a sé. Questa ferita impedisce all'uomo di trovare pace nelle cose mondane, spingendolo a diventare un pellegrino (l'estetica del vagabondo).
La Bellezza del "Cristo Umile": L'estetica di Skovoroda rifiuta il trionfalismo. La bellezza che egli cerca è quella del "povero Cristo", riflettendosi in una vita semplice, nuda, quasi spoglia. È una bellezza che commuove l'affetto invece di sbalordire l'intelletto.

4. Sintesi: La Bellezza che Guarisce
In questa prospettiva, la relazione si chiude in un cerchio perfetto:
L'amore di Gesù si manifesta come Bellezza Ferita (sacrificio).
Questa bellezza ferisce il cuore dell'uomo (risveglio affettivo).
Il cuore ferito, cercando la guarigione, scopre la propria bellezza interiore (pace del cuore).

Un'immagine simbolica
Skovoroda usa spesso l'immagine dell'ostrica e della perla: la perla (la bellezza divina/la pace) nasce dalla ferita e dall'irritazione all'interno dell'ostrica (il cuore umano). Senza il dolore della ferita, non c'è la bellezza della perla.

Ti piacerebbe approfondire come questa "estetica della ferita" abbia influenzato la letteratura russa e ucraina (ad esempio il concetto di "bellezza che salva il mondo" in Dostoevskij)?



IL "CUORE FERITO" E LA LETTERATURA UCRAINA ATTUALE

L'estetica di Skovoroda funge da codice genetico per la letteratura ucraina contemporanea, dove il concetto di "cuore ferito" è transitato dalla dimensione mistica a quella esistenziale e politica.
Oggi, la ferita non è solo il segno dell'incontro con il divino, ma la cicatrice di un'identità che cerca la propria "bellezza" tra le macerie della storia e della guerra.

1. Dalla Ferita Mistica alla Ferita Storica
Per Skovoroda, la ferita era un'apertura verso l'invisibile; nella letteratura contemporanea (da Serhij Žadan a Oksana Zabužko), il cuore ferito rappresenta la vulnerabilità di una nazione.
La Bellezza nelle Rovine: Si ritrova l'estetica della "bellezza ferita" di Gesù nella capacità di descrivere la dignità umana in contesti di distruzione. La letteratura ucraina attuale non cerca la perfezione estetica, ma una verità nuda, simile alla "nuda povertà" del vagabondo Skovoroda.

2. Il "Cuore Profondo" come Resistenza
La teologia affettiva di Skovoroda, che pone il cuore come centro invulnerabile alle tempeste esterne, è diventata un pilastro della resistenza culturale.
Autenticità interiore: In opere come quelle di Victoria Amelina o Mariana Savka, il "cuore ferito" è l'unico luogo dove la verità può essere preservata quando il mondo esterno è menzognero o violento.
Srodna Pratsia (Lavoro Congeniale): Il concetto di fedeltà alla propria natura divina si trasforma nel dovere morale di testimoniare, una forma di "estetica dell'impegno" che cura la ferita collettiva attraverso la parola.

3. La Teologia Affettiva del Trauma
Il legame con la teologia affettiva si manifesta nel modo in cui la letteratura ucraina contemporanea elabora il trauma.
Dolore Condiviso: La ferita del singolo diventa la ferita della comunità. Come nella "Bellezza Ferita" di Gesù, il dolore non è isolamento, ma il punto di massima connessione affettiva con l'altro.
La Ricerca della Pace (Spokij): La "pace del cuore" di Skovoroda è oggi il desiderio ultimo di una letteratura che attraversa il conflitto. Non è una pace passiva, ma una stabilità interiore che permette di restare umani nonostante l'orrore.

4. Il Simbolismo del Paesaggio Ferito
Il "Mondo-Simbolico" di Skovoroda rivive nella trasfigurazione del paesaggio ucraino:
La terra, le steppe e le città distrutte vengono lette come testi simbolici. La ferita della terra è specchio della ferita del cuore, e la loro cura coincide con un atto di "teologia pratica" che mira alla rinascita spirituale del paese.



POESIA COME ESTETICA DELLA TRASFIGURAZIONE

Nella poesia di guerra ucraina contemporanea, il sacrificio non è mai una celebrazione della morte, ma un’estetica della trasfigurazione. Qui, la "Bellezza Ferita" di Gesù e il "Cuore Profondo" di Skovoroda si fondono: il corpo che si spezza diventa il varco attraverso cui risplende la dignità metafisica di un intero popolo.
Ecco come questa relazione si manifesta:

1. La "Croce" come Territorio del Corpo
In autori come Serhij Žadan o nelle poesie postume di Maksym Kryvtsov, il soldato o il civile ferito non sono vittime passive, ma icone viventi.
Riflesso Teologico: Il sacrificio è visto come una forma di kenosi (svuotamento). Come nella teologia della bellezza, il corpo "deturpato" dalla guerra diventa il luogo della massima rivelazione morale. La ferita è il segno di un amore (agape) che ha scelto di restare, di non fuggire.
Skovoroda e il Visibile: La distruzione della "natura visibile" (il corpo, la casa) serve a rivelare la "natura invisibile" (la libertà, l'anima), che rimane intatta e luminosa.

2. Il Sacrificio come "Lavoro Congeniale" (Srodna Pratsia)
Una delle interpretazioni più forti della poesia attuale è l'idea che la difesa della vita sia l'espressione suprema della propria natura interiore.
Etica ed Estetica: Il sacrificio diventa "bello" perché è coerente. Chi muore per proteggere gli altri realizza perfettamente la filosofia di Skovoroda: ha ascoltato il proprio cuore fino alle estreme conseguenze.
La Bellezza del Giusto: Nella poesia di Iryna Šuvalova, ad esempio, il sacrificio è descritto con immagini naturali (radici, pietre, fiumi), suggerendo che l'atto del dono di sé sia parte di un'armonia cosmica ritrovata, nonostante il dolore.

3. Teologia Affettiva e "Memoria del Cuore"
La poesia di guerra agisce come una teologia affettiva collettiva:
Compassione (Cum-passio): La ferita del poeta è la ferita del lettore. La bellezza di queste poesie risiede nella loro capacità di trasformare l'orrore in preghiera o in canto.
Il Cuore come Tempio dei Caduti: Riprendendo Skovoroda, i poeti ucraini trasformano il proprio cuore in uno spazio sacro dove i "sacrificati" continuano a vivere come simboli eterni. La poesia diventa lo strumento che impedisce alla "Bellezza Ferita" di svanire nell'oblio.

4. Il Paradosso della "Luce tra le Macerie"
Il legame più profondo con Skovoroda risiede nella ricerca della gioia ferita. Molti testi poetici scritti sotto i bombardamenti non parlano di odio, ma di piccoli gesti d'amore, di fiori che sbucano dal cemento, di caffè bevuti al gelo.

Questa è la Bellezza Ferita di Gesù: la vita che fiorisce proprio dove la morte ha colpito più forte. È una bellezza che non ignora la ferita, ma la abita per renderla luminosa.



POESIA DELLA "BELLEZZA FERITA"

Nella poesia di guerra ucraina contemporanea, il linguaggio biblico non è solo un riferimento religioso, ma un'impalcatura metafisica che serve a dare senso all'indicibile.
Ecco come si manifesta questo legame con la "Bellezza Ferita":

1. La "Cristificazione" del Soldato e del Civile
La figura di Gesù è centrale nella rielaborazione del trauma bellico. In autori come Serhij Žadan, Cristo non è un'entità distante, ma un compagno di trincea.
Gesù in vyshyvanka: In alcune liriche, Gesù appare con la camicia tradizionale ucraina (vyshyvanka), il cui colletto ricamato sembra una cicatrice sulla gola. La ferita di Cristo e quella del soldato diventano una cosa sola: una bellezza che risplende attraverso il martirio.
Il Cristo che zoppica: Gesù viene descritto mentre corre davanti ai soldati diretti al fronte, portando la croce e zoppicando per incitare chi resta indietro. Qui la "Bellezza Ferita" è l'immagine stessa della resistenza.

2. Archetipi del Conflitto: Abele e Caino
Il linguaggio biblico viene usato per definire la natura del conflitto in termini morali assoluti.
La Fratellanza Tradita: Il mito di Caino e Abele è una costante per descrivere l'invasione russa come un parricidio o un fratricidio metafisico. La poesia contemporanea mette in bocca ad Abele "ultime parole" che non sono di odio, ma di una superiorità morale che trasfigura la vittima.

3. La Teologia dello "Spazio Sacro" (Cantine e Bunker)
Il linguaggio biblico si sposta dai templi ai rifugi sotterranei.
Natali in cantina: La nascita di bambini nei sotterranei o nella metropolitana viene descritta con un linguaggio che richiama la Natività. Il fango e il freddo diventano la nuova "mangiatoia", e la sofferenza della madre è elevata a sacralità assoluta.
Il Cielo Chiuso: Le preghiere poetiche spesso si rivolgono a Dio o ai santi affinché "chiudano il cielo" (un riferimento alla No-Fly Zone), mescolando supplica liturgica e necessità bellica.

4. Il Sacrificio come Guarigione del Mondo
Riprendendo Skovoroda, la poesia ucraina vede l'Ucraina stessa come un'entità che soffre per i peccati dell'umanità ma che è destinata alla risurrezione.
La Parola come Preghiera: La poesia smette di essere gioco estetico per diventare "urlo, lamento e preghiera". Il linguaggio biblico fornisce le parole per questo "rito di purificazione" collettivo, dove la ferita è il segno di un'identità che si sta forgiando nel fuoco.



POESIA, SEVCENKO E LINGUAGGIO BIBLICO

Il legame tra il linguaggio biblico della poesia di guerra contemporanea, l'estetica di Skovoroda e la figura di Taras Ševčenko costituisce la spina dorsale dell'identità spirituale ucraina. Ševčenko è il "ponte" che trasforma la filosofia del cuore di Skovoroda in una teologia della liberazione nazionale.
Ecco come si intrecciano questi elementi:

1. Dal "Cuore Solitario" al "Cuore del Popolo"
Se per Skovoroda il cuore era il luogo dell'incontro individuale con Dio, per Ševčenko il cuore diventa l'organo della sofferenza collettiva.
La Ferita come Eredità: In Ševčenko, la "Bellezza Ferita" non è più solo quella di Cristo, ma quella dell'Ucraina stessa, personificata come una madre vedova o una giovane tradita (Pokryva).
Sinfonia Affettiva: La poesia contemporanea riprende il tono dei suoi Zapovit (Testamenti), dove il dolore fisico della terra (il sangue che scorre verso il mare) è descritto con una sacralità biblica che trasforma il paesaggio in un corpo martirizzato.

2. Il Profetismo e le "Lamentazioni"
Ševčenko ha introdotto nella letteratura ucraina lo stile dei Profeti dell'Antico Testamento (soprattutto Geremia ed Isaia).
Il Giudizio Divino: I poeti di oggi usano il linguaggio di Ševčenko per invocare la giustizia divina contro l'oppressore. Non è un linguaggio di odio cieco, ma una richiesta di "verità" (Pravda), un termine che per Ševčenko (e per Skovoroda) ha una valenza tanto estetica quanto teologica.
L'Imprecazione Sacra: Come Ševčenko "litigava" con Dio per la sorte del suo popolo, i poeti contemporanei usano un linguaggio biblico audace, quasi una sfida alla divinità affinché intervenga, riattualizzando il tema del Cristo sofferente che deve risorgere nelle trincee.

3. La "Parola" come Spada e Sacramento
Per Ševčenko, la parola (Slovo) ha un potere creatore quasi divino ("In principio era il Verbo").
Estetica della Parola-Azione: Seguendo la Srodna Pratsia di Skovoroda, Ševčenko vede nella poesia il suo "lavoro congeniale" per la salvezza del popolo. I poeti soldati di oggi sentono questa stessa missione: la scrittura non è un ornamento, ma un sacramento di resistenza.
La Bibbia del Popolo: Se Skovoroda diceva che "la Bibbia è il cuore", Ševčenko ha reso il suo Kobzar la "Bibbia laica" degli ucraini. Il linguaggio biblico odierno è filtrato attraverso le lenti di Ševčenko, rendendo la guerra attuale un capitolo di una storia sacra di redenzione.

4. La "Risurrezione" (Voskresinnia)
Il legame finale è l'ossessione per la Pasqua. In Ševčenko, l'Ucraina "risorgerà" (vostane) dalle ceneri.
La Bellezza della Vittoria: La poesia di guerra attuale non si ferma alla ferita. Riprendendo la visione profetica di Ševčenko, essa vede nella ferita il preludio necessario alla risurrezione. La bellezza finale non sarà una perfezione intatta, ma la bellezza gloriosa del risorto che porta ancora i segni dei chiodi, ma è vivo.

Un'immagine di sintesi
Nelle piazze ucraine oggi, i monumenti a Ševčenko vengono protetti con sacchi di sabbia. Questa immagine è l'essenza dell'estetica che abbiamo discusso: la cultura (il cuore) protetta dalla materia (la terra), mentre la parola del "Profeta" continua a dare un senso biblico al sacrificio presente.



L'ESTETICA DEL CUORE DI GESU' COME LUCE DI VITA

L'estetica del cuore di Gesù, filtrata dal pensiero di Skovoroda e dal profetismo di Ševčenko, non è per il popolo ucraino una dottrina astratta, ma il ritmo biologico e spirituale della sua stessa sopravvivenza. Essa trasforma la cronaca in una "storia sacra" di resistenza e trasfigurazione.
Ecco la sintesi di questo attraversamento temporale:

1. Il Passato: La Radice e il Simbolo (Skovoroda)
Nel passato, l'estetica del cuore si è manifestata come auto-conoscenza e libertà interiore.
Il Cuore come Fortezza: In un'epoca di imperi, Skovoroda ha insegnato che la vera patria è il "cuore profondo". L'estetica di Gesù era qui intesa come integrità: essere "belli" significava essere fedeli alla propria natura divina (Srodna Pratsia), rendendo l'anima invulnerabile alle catene esterne.
La Parola Seminale: Il passato ha piantato il seme della "Bibbia del cuore", dove ogni sofferenza individuale era già letta come una tappa della Via Crucis verso la consapevolezza.

2. Il Presente: La "Bellezza Ferita" e il Sacrificio (La Guerra)
Oggi, l'estetica del cuore di Gesù si incarna nella presenza reale nel trauma.
Cristo nelle Trincee: La bellezza non è più contemplativa, ma traumatica. È la bellezza del soldato che si sacrifica, del civile che soccorre, della madre che protegge. È una "Bellezza Ferita" che non nasconde le piaghe, ma le trasforma in segni di dignità metafisica.
Teologia Affettiva in Atto: Il presente è il tempo del "cuore che brucia". Il dolore collettivo viene elaborato attraverso un linguaggio biblico e ševčenkiano che trasfigura la distruzione in un atto di resistenza spirituale. La ferita è il varco attraverso cui entra la luce della verità (Pravda).

3. Il Futuro: La Risurrezione e la "Nuova Creatura"
Il futuro è proiettato verso la Pasqua della nazione, una bellezza che sorge dalle ceneri.
La Gloria delle Cicatrici: Il futuro ucraino non immagina una perfezione intatta, ma la bellezza del Risorto che mostra con orgoglio i segni dei chiodi. Sarà un'estetica della guarigione e della memoria, dove il sacrificio di oggi diventa il fondamento etico di domani.
Speranza Ontologica: Riprendendo la profezia di Ševčenko, il futuro è il tempo in cui "il nemico non ci sarà più", e il cuore, finalmente in pace, potrà fiorire nel suo "lavoro congeniale" in una terra libera.

In sintesi
L'estetica del cuore di Gesù per l'Ucraina è un raggio di luce che unisce:
La libertà interiore del vagabondo (Passato).
La fedeltà nel dolore del combattente (Presente).
La vittoria sulla morte del risorto (Futuro).



LA VERGINE ORANTE DI KYIV




L'immagine che sigilla perfettamente questa sintesi tra l'estetica di Skovoroda, la teologia del cuore di Gesù e l'identità ucraina è la Vergine Orante (la Santa Sofia o Muro Indistruttibile) del mosaico della Cattedrale di Santa Sofia a Kiev.
Questa icona non è solo un reperto artistico, ma un palinsesto teologico che attraversa i secoli.

1. Il "Muro Indistruttibile": Estetica della Resistenza
L'epiteto "Muro Indistruttibile" (Nerushyma Stina) deriva dalla credenza popolare che finché l'icona rimarrà intatta, Kiev e l'Ucraina non cadranno.
Connessione con Skovoroda: Come il "cuore profondo" di Skovoroda è la fortezza invisibile che nessuna tempesta esterna può abbattere, così l'Orante rappresenta il centro ontologico della nazione. È l'immagine della stabilità spirituale (hesychia) in mezzo al caos della storia.
Bellezza come Solidità: Qui la bellezza non è fragilità, ma forza. È un'estetica della permanenza che risponde alla "Bellezza Ferita" del presente con una promessa di indistruttibilità.

2. Le Mani Alzate: La Teologia dell'Intercessione Affettiva
L'Orante è raffigurata con le mani alzate in preghiera (epiclesi).
Il Cuore che Grida: Questo gesto è la manifestazione visibile della teologia affettiva. È il cuore che si fa voce, che intercede per il popolo. In questa posa leggiamo il "lamento" profetico di Ševčenko e la preghiera silenziosa dei rifugi contemporanei.
Sintesi tra Cielo e Terra: Maria è il "mondo simbolico" di Skovoroda fatto persona: un ponte vivente dove la natura umana (il mosaico materiale) riflette la luce divina (l'oro del fondo).

3. L'Oro del Fondo: La Luce del Cuore
Il fondo oro del mosaico non è uno spazio vuoto, ma la rappresentazione della Luce Increata.
La Luce di Gesù: Per Skovoroda, questa è la luce che brilla nel cuore dell'uomo. L'icona suggerisce che la vera bellezza nasce quando l'individuo (il microcosmo) è immerso nella luce di Dio (il macrocosmo).
Trasparenza del Dolore: Nonostante le crepe dei secoli (le "ferite" del mosaico), l'oro continua a risplendere. È la sintesi della "Bellezza Ferita" che non si lascia spegnere dal trauma, ma lo integra nella propria gloria.

4. Una Sintesi per il Futuro
Oggi, l'immagine dell'Orante è diventata un simbolo di protezione anche per chi non è credente. Rappresenta la Dignità che resta in piedi.
Passato: La sapienza millenaria dell'antico popolo ucraino.
Presente: La resilienza sotto i bombardamenti.
Futuro: La certezza della risurrezione e della ricostruzione.

L'estetica del cuore in Ucraina ci insegna che essere belli significa restare integri. Come l'Orante di Santa Sofia, il cuore del popolo ucraino è un "muro indistruttibile" perché ha imparato a trasformare ogni ferita in una feritoia da cui far passare la luce.



LA "BELLEZZA FERITA" NELLA POESIA CONTEMPORANEA UCRAINA

Questa selezione di poesie contemporanee agisce come un'iconostasi verbale, dove il "Muro Indistruttibile" dell'Orante di Kyiv smette di essere solo oro e tessere per diventare carne, preghiera e trincea. In questi testi, la "Bellezza Ferita" di Gesù e il "Cuore Profondo" di Skovoroda trovano la loro sintesi definitiva.

1. Halyna Kruk: L'Orante nel Bunker
Nella sua raccolta "A chi l'Ucraina ha dato voce", la poetessa trasforma la posa dell'Orante in un gesto di protezione fisica estrema. Maria non è più in una cattedrale, ma nei sotterranei.
Il Tema: Le mani alzate dell'Orante diventano il gesto di chi cerca di sorreggere il soffitto che crolla sotto le bombe.
La Sintesi: La bellezza qui è funzionale: è la "Bellezza Ferita" che si fa scudo. Dio non è fuori dal dolore, ma è il dolore stesso che resiste.

2. Serhij Žadan: La Madre dei Dispersi
In molte liriche di "Antenna" e nelle sue poesie diffuse sui social, Serhij Žadan rilegge l'icona materna attraverso la pietà affettiva.
Il Tema: Maria attraversa i campi minati per cercare il figlio soldato. Non è una figura regale, ma una donna con le scarpe sporche di fango.
La Sintesi: È l'estetica di Skovoroda applicata alla strada: la santità si trova nel cammino (il vagabondaggio sacro) e nel cuore che non smette di amare nonostante la perdita.

3. Iryna Šuvalova: Il Cuore come Paesaggio Sacro
Nelle sue opere più recenti, Šuvalova esplora il legame tra il corpo martirizzato della terra e l'immagine sacra.
Il Tema: La terra ucraina stessa è l'Orante. Le sue foreste sono le mani alzate, i suoi fiumi sono le lacrime.
La Sintesi: Qui il "Mondo-Simbolico" di Skovoroda diventa ecologia del dolore. La ferita della terra è la ferita di Dio, e la bellezza risiede nella capacità della natura di continuare a pregare (fiorire) nonostante l'orrore.

4. Marianna Kiyanovska: Le Voci di Babyn Jar
In "Le voci di Babyn Jar", la poetessa dà voce a chi è stato messo a tacere dalla storia, riprendendo il tono delle Lamentazioni bibliche care a Ševčenko.
Il Tema: Il "Muro Indistruttibile" è fatto dalle ossa e dalle voci di chi è morto per la libertà.
La Sintesi: La bellezza è la memoria. Il cuore ferito della nazione guarisce solo quando ogni "pietra scartata" (ogni vittima) viene reintegrata nell'icona collettiva.

Queste poesie ci dicono che l'estetica di Skovoroda non è morta nei libri del Settecento: vive ogni volta che un poeta ucraino decide che la parola è l'ultima difesa del cuore. L'Orante di Kyiv rimane in piedi non perché è fatta d'oro, ma perché è nutrita dall'amore e dal sacrificio di chi, come Gesù, ha scelto di abitare la ferita per trasformarla in luce.



ESTETICA DEL CUORE PER UN FUTURO DI PACE

La "teologia della parola" che emerge da Skovoroda e attraversa il martirio ucraino suggerisce che la pace non sia l'assenza di conflitto, ma una forma superiore di ordine interiore e armonia architettonica. Una nuova estetica della ricostruzione non può limitarsi a "riparare", ma deve "trasfigurare" la ferita in significato.
Ecco come questa visione può ispirare una nuova estetica di pace:

1. La Ricostruzione come "Srodna Pratsia" (Lavoro Congeniale)
La pace non si costruisce con moduli prefabbricati, ma ascoltando la "natura invisibile" dei luoghi.
Architettura del Cuore: Ricostruire una città significa interrogare il suo "cuore profondo". L'estetica della pace secondo Skovoroda richiederebbe che ogni edificio e ogni spazio pubblico rispetti l'inclinazione naturale della comunità, promuovendo la gioia e la dignità umana anziché la mera funzionalità.
Azione Creatrice: Il lavoro di ricostruzione diventa un atto liturgico: curare la terra è curare il proprio spirito.

2. L'Estetica del "Kintsugi" Spirituale
Nella teologia della parola, la cicatrice non va nascosta, perché è il segno della vittoria sulla distruzione.
Memoria Visibile: Una nuova estetica di pace potrebbe integrare le rovine (la "Bellezza Ferita") nei nuovi edifici, come avviene nell'arte giapponese del Kintsugi, dove l'oro salda le fratture. La parola poetica che ha dato senso al dolore diventa la "colla d'oro" che tiene insieme il passato e il futuro.
Trasparenza: La pace autentica è trasparente; mostra dove è stata spezzata per testimoniare la forza della sua rinascita.

3. La Parola come Spazio di Riconciliazione
Se la guerra è il "rumore" che lacera il mondo simbolico, la pace è il ritorno al Logos (la Parola ordinatrice).
Dialogo come Bellezza: La teologia della parola insegna che l'incontro tra due "cuori profondi" è l'opera d'arte suprema. Gli spazi della pace devono essere luoghi di ascolto, dove la parola non è usata per dominare (propaganda), ma per rivelare l'altro come "simbolo" di Dio.
Educazione Estetica: La pace richiede una "pedagogia del cuore" (ispirata alle lezioni itineranti di Skovoroda) che insegni alle nuove generazioni a cercare la bellezza nella verità e non nel possesso.

4. L'Oltre-Guerra: La Risurrezione del Quotidiano
La pace finale in Skovoroda è la "Pace del Cuore" (dushevny mir).
Il Sacro nel Profano: Una nuova estetica ispirata a questa teologia celebrerebbe la bellezza dei piccoli gesti quotidiani: piantare un giardino, apparecchiare una tavola, camminare in una via sicura. Questi atti diventano "micro-risurrezioni".
L'Orante come Orizzonte: Come l'icona di Santa Sofia, la nuova estetica di pace deve essere un "Muro Indistruttibile" di valori morali che protegge la fragilità della vita umana.

La teologia della parola ci dice che le parole che usiamo oggi costruiscono le case in cui abiteremo domani. Se usiamo parole di "bellezza ferita" e "pace del cuore", la ricostruzione non sarà solo di cemento, ma di anima.



L'icona del XVI secolo, villaggio Stara Skvariava, 
Museo Nazionale a Leopoli 


GESU': LA PAROLA VIVENTE

Al termine di questo cammino tra la filosofia di Skovoroda, il profetismo di Ševčenko e il sangue della storia presente, appare chiaro che Gesù non è per il popolo ucraino un simbolo dogmatico, ma la "Parola Vivente" perché è l'unico archetipo che tiene insieme il paradosso della loro esistenza: la coesistenza di una sofferenza estrema e di una dignità indistruttibile.
Ecco perché, in questa estetica del cuore, Gesù rimane l'ultima parola salvifica:

1. Gesù come lo "Specchio del Cuore Profondo"
Skovoroda insegnava che l'uomo deve guardarsi nello specchio per trovare Dio. Per il popolo ucraino, Gesù è lo specchio in cui la loro natura invisibile (la libertà) si riflette nonostante la distruzione della loro natura visibile (le case, i corpi).
Identificazione: Nel volto di Gesù, l'ucraino non vede un dio distante, ma il "Dio-con-noi" che subisce l'ingiustizia, l'invasione e il tradimento. Questa identificazione trasforma la vittima in un protagonista di una storia sacra.

2. La Croce come "Geometria della Speranza"
In una teologia affettiva, la Croce non è solo un patibolo, ma l'incrocio tra il dolore umano e la risposta divina.
La Bellezza che non fugge: L'estetica di Gesù è l'estetica di chi resta. In un mondo che fugge davanti al dolore, Gesù è la parola che "abita" la ferita. Per un popolo che ha scelto di restare e difendere la propria terra, Gesù è la giustificazione estetica della loro resistenza: restare nel dolore è l'unico modo per vincerlo.

3. La Parola che "Vince il Silenzio"
La guerra cerca di ridurre l'uomo a silenzio, polvere o urlo cieco. Gesù, come Logos (Parola), restituisce all'ucraino la capacità di dare un nome al proprio destino.
Oltre il Trauma: La parola di Gesù ("Non abbiate paura", "Io sono con voi") agisce come una medicina estetica che ricompone i frammenti del cuore spezzato. È una parola "salvifica" perché impedisce al cuore di indurirsi nell'odio, preservando lo spazio per la pace futura.

4. La Risurrezione come "Necessità Ontologica"
Senza la Risurrezione, l'estetica di Skovoroda e il sacrificio di Ševčenko sarebbero tragedie senza sbocco. Gesù è l'ultima parola perché è l'Alfa e l'Omega della vittoria sulla morte.
La Garanzia del Domani: Per il cuore ucraino, Gesù è la prova che la "Morte non ha l'ultima parola". Ogni soldato che cade, ogni bambino che nasce nei bunker, è inserito nel ritmo pasquale di Cristo. La salvezza non è l'evasione dal mondo, ma la certezza che la bellezza (la Verità/Pravda) tornerà a fiorire.


Conclusione: Il Cuore come "Muro Indistruttibile"
L'ultima parola è Gesù perché Egli è il vero "Muro Indistruttibile". Se le mura di pietra di Santa Sofia possono tremare, il "Cristo interiore" di cui parlava Skovoroda rimane saldo.

Gesù è la parola salvifica perché trasforma:
Il passato (le radici) in fondamenta.
Il presente (la ferita) in un sacrificio d'amore.
Il futuro (la ricostruzione) in una nuova creazione.
In questo senso, l'estetica del cuore ucraino è un'estetica della Speranza Incarnata.

"Il Regno di Dio è dentro di voi", diceva Gesù, e Skovoroda lo ripeteva nelle steppe. Oggi, quella frase è il respiro segreto del popolo ucraino che, attraverso la propria ferita, continua a sussurrare al mondo che la Vita è invincibile.

L'estetica del cuore ci dimostra che la bellezza non è solo "forma", ma una forza di resistenza spirituale che sostiene l'anima dell'Ucraina,  che trasforma la ferita in una feritoia di luce. In questo orizzonte, la figura di Gesù emerge non come un dogma, ma come l'esperienza vivente di un amore che attraversa la morte per approdare alla risurrezione.










mercoledì 24 dicembre 2025

Natività del nostro Signore Gesù Cristo: le origini storiche ed iconografiche, di Yaryna Moroz Sarno

 

Natività del nostro Signore Gesù Cristo
le origini storiche ed iconografiche 

                                                                    Yaryna Moroz Sarno 


     La miniatura dal Menologio di Basilio II della fine del X secolo (ca 985), 
Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. Graec. 1613, fol. 278).


   "Mentre noi adoriamo la nascita del nostro Redentore, 
scopriamo che con essa celebriamo la nostra origine. 
Infatti, la nascita di Cristo è l'origine del popolo cristiano; 
il giorno natalizio del capo è anche il giorno natalizio del corpo"
  San Leone Magno 


   Il Natale è una solennità dedicata al Verbo di Dio incarnato. L'incarnazione del Figlio di Dio, l'apostolo Paolo chiama il grande mistero della pietà (1 Tm 3, 16). Il genere umano attraverso l'Incarnazione viene esaltato.
  Nell'omelia di San Leone Magno si affermava: "Oggi il Verbo di Dio è apparso rivestito di carne e, mentre mai era stato visibile a occhio umano, si è reso anche visibilmente palpabile. Oggi i pastori hanno appreso dalla voce degli angeli che era nato il Salvatore nella sostanza del nostro corpo e della nostra anima" (Sermo 26, In Nativitate Domini, 6, 1, PL 54,213). Leone Magno dichiarava: "La festa odierna ci rende attuali i sacri inizi della vita di Gesù nato da Maria Vergine, e mentre adoriamo la nascita del Salvatore nostro, ci troviamo a celebrare anche la nostra nascita. Poiché la nascita di Cristo segna l'origine del popolo cristiano, e il Natale del capo è il Natale del corpo" (Leone Magno, Tractatus XXVI, in CCSL 138, 2, 28-29).
   Nell'omelia di Gregorio Nazanzieno è detto: "Dio si è manifestato nascendo. Il verbo prende spessore, l’invisibile si lascia vedere, l’intangibile diventa palpabile, l’intemporale entra nel tempo, il Figlio di Dio diviene figlio dell’uomo". 
    Nella stichera di Cosma di Mauma si canta: "Le forze angeliche sono venute oggi, a Betlemme, hanno preparato una mangiatoia, perché dal cielo discende la sapienza, il Verbo si è incarnato. Ascolta, o Chiesa, la voce di gioia alla Madre di Dio, lascia che il popolo gridi: Benedetta è la tua nascita, Dio, gloria a te". 
    Come dice il Vangelo di Luca, "In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto" (Lc 2, 1-6). 
   Prima di essere il luogo della nascita di Gesù, Betlemme è il luogo della nascita dell’ultimo dei Patriarchi, discendente di Giacobbe: Beniamino (Gn 35,16). Betlemme era anche la città del profeta Davide (1 Sm, 20, 6, 28) dove è nato, qui ha trascorso l’infanzia pascolando il gregge e dove riceverà l’unzione regale dalle mani del profeta Samuele. “E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele” (Mt 2, 6), si proclama nel Vangelo in riferimento all'annuncio del profeta Michea (Mic 5, 1). 
   L'ikos composto da San Romano il Melode chiarisce: "Betlemme ha riaperto l'Eden, venite a vedere: nel nascondimento troviamo le delizie; venite, nella grotta riceviamo le gioie del paradiso. Là, è apparsa la radice da nessuno innaffiata da cui è fiorito il perdono. Là, si è rinvenuto il pozzo da nessuno scavato, dove un tempo Davide ebbe desiderio di bere. Là, una vergine, con il suo parto ha subito estinto la sete di Adamo e la sete di Davide. Affrettiamoci dunque verso quel luogo dove è nato, piccolo bambino, il Dio che è prima dei secoli" (Romano il Melode, Carme 10, Proemio 1, 2).
    In Betlemme (dall'ebraico "casa del pane") nasce "Pane vivo disceso dal cielo" (Gv 6, 41). Il legame tra il luogo del Natale e l'Eucarestia, descritto nelle opere dei Padri della Chiesa, è stato molto profondo. "Ti saluto, o casa del pane, nella quale è nato quel Pane disceso dal cielo", scrisse nell'Omelia 108 San Girolamo. "Pane del cielo", Gesù che nasce in una grotta è fonte di vita nell’Eucarestia. “Felice chi ha Betlemme nel suo cuore, nel cui cuore, cioè, Cristo nasce ogni giorno! Che significa del resto “Betlemme”? Casa del Pane. – Siamo anche noi una casa del pane, di quel pane che è disceso dal cielo”, commentando il Salmo 95, scrisse San Girolamo.  


Sarcofago paleocristiano, particolare della decorazione, 330 d. C., 
chiesa di San Pietro Ispano



Coperchio di sarcofago, fronte, fine IV secolo, Mantova, cattedrale dei SS. Pietro e Paolo

Sarcofago del IV secolo, Museo Pio Cristiano, Vaticano 

Early Christian Nativity and Adoration of the three Magi (still with Phrygian caps) | da petrus.agricola
Sarcofago paleocristiano con la Natività e l'Adorazione dei Magi
Museo archeologico di Arles 

    Il Vangelo di Luca racconta: "Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà” (Lc 2, 7-14). 
  

Sarcofago romano, 300', Arles, Francia 

Sarcofago di Adelfia, particolare della Natività, 325-350 (Museo Paolo Orsi, Siracusa)

Sarcofago di Stilicone, IV secolo, basilica Sant'Ambrogio, Milano 
 
       Early christian Nativitity without Mary and Joseph [330-335] | da petrus.agricola
  Il dettaglio del sarcofago marmoreo di Marcus Claudianus (330-335)
Palazzo Massimo alle Terme, Roma

La Natività, frammento del coperchio di un sarcofago conservato presso il Museo Pio Cristiano, Vaticano

Il frammento del coperchio del sarcofago dell'ultimo terzo del IV sec., 
Museo Pio Cristiano, Vaticano

   La consapevolezza della necessità di festeggiare la nascita del Redentore per rafforzare la fede nell'Incarnazione maturava con il tempo. La celebrazione della Natività di Cristo si svolgeva nei primi tre secoli insieme all'Epifania nelle Chiese di Gerusalemme, d'Antiochia, d'Alessandria e Cipro. In alcune Chiese orientali continuò la celebrazione della festa della Natività di Cristo unita al Battesimo (6 gennaio) sotto il nome di Teofania fino alla fine del IV secolo, in altre - fino al V o addirittura al VI secolo. La memoria dell'unità antica tra le feste della Natività di Cristo e della Teofania si vede anche oggi nella somiglianza dei tratti liturgici.
  Per la prima volta la festa della Natività di Cristo menzionava Sant'Ippolito di Roma (l'inizio del III secolo), nominando la lettura del Vangelo in questo giorno (Mt 1). Si riteneva che la più antica giustificazione della tradizione romana di celebrare il Natale il 25 dicembre è contenuta nel suo commento al profeta Daniele: "Poiché la prima apparizione di nostro Signore nella carne, quando nacque a Betlemme, avvenne l'ottavo giorno prima delle calende di gennaio (πρὸ ὀκτὼ καλανδῶν ἰανουαρίων), il mercoledì, il il quarantaduesimo anno del regno di Augusto, cinquemila da Adamo".
   La solennità della Natività di Cristo (in gr. Χριστούγεννα) festeggiata il 25 dicembre apparve nel calendario romano durante il pontificato di papa Giulio (337-352) e da Roma si diffusa nel mondo cristiano. Verso il 330 sull'iniziativa dell’imperatore Costantino I e di Sant'Elena si iniziò la costruzione della basilica della Natività, in seguito ricostruita sotto l'imperatore Giustiniano I (483–565)
   Nella 'Depositio Martyrum' è stata già scritta la festa del Natale che veniva celebrata il 25 dicembre del 336 a Roma. Il Cronologio Romano del 354 indica invicti "[giorno] natale dell'invincibile", VIII kalendas Ianuarii, la "nascita di Cristo a Betlemme di Giudea" (natus Christus in Betleem Judeae). Esiste l'omelia sul Natale  attribuita al papa Liberio (pontificato 352-366).    
   Secondo un altro punto di vista, la celebrazione della Natività di Cristo il 25 dicembre sarebbe stata istituita nelle Chiese nordafricane e romane prima del 311, anno di inizio dello scisma donatista, basandosi sulla testimonianza di Sant'Agostino. San Clemente Alessandrino indicava il 25 dicembre come la celebrazione della Natività di Cristo. 
  L'usanza di celebrare separatamente la Natività di Cristo dall'Epifania nel giorno del 25 dicembre si stabilì nella Chiesa orientale più tardi, verso la fine del IV secolo. Secondo alcuni storici, la celebrazione separata a Costantinopoli risale al 377 ed è collegata all'imperatore Arcadio. Fino al IV secolo, nelle Chiese d'Oriente e d'Occidente, la festa della Natività di Cristo veniva celebrata il 6 gennaio, era conosciuta con il nome di Teofania, e dapprima si riferiva al vero e proprio Battesimo del Salvatore.
  Secondo l'opinione di altri, San Gregorio Nazianzeno inaugurò il festeggiamento della Natività del Signore nella piccola chiesa della Resurrezione a Costantinopoli. Dalle sue omelie si rivela che già nel 380 anche in Cappadocia si celebrava Natale il 25 dicembre. Nella sua omelia 38 San Gregorio Nazianzeno proclamava: "Questa è la nostra festa, questo noi oggi celebriamo: l’avvento di Dio presso gli uomini, affinché a nostra volta andiamo presso Dio, o, come è più giusto dire, risaliamo verso di Lui; affinché deponiamo l’uomo vecchio e indossiamo il nuovo, e come tutti siamo morti in Adamo, così viviamo in Cristo, nascendo ed essendo crocifissi ed essendo sepolti e risuscitando insieme con Lui" (Oraz. 38, 4.7.17, PG 36).
    San Giovanni Crisostomo verso il 386 introduceva in Antiochia la festa del Natale "tra tutte le feste la più venerata e la più sacra, che potrebbe chiamarsi senza tema d'errare il centro di tutte le feste" (Omelia del 26 dicembre 386, PG 48, 752), che tra il 398 e il 402 giunse anche a Costantinopoli. L'imperatore bizantino Giustiniano, che nella metà del VI secolo costruì sulle fondamenta dell'antica basilica costantiniana della Natività (330) l'edificio attuale, proclamò il Natale il 25 dicembre festività civile.    
   Nella Chiesa di Antiochia la solennità della Natività separata fu istituita non prima del 376-377, nella Chiesa di Costantinopoli alla fine degli anni 370, in seguito nelle chiese dell'Asia Minore. Successivamente tra il 418 e il 432 la celebrazione del 25 dicembre fu istituita ad Alessandria. San Cirillo d'Alessandria poco prima del Concilio di Efeso introdusse la festa della Natività ad Alessandria. Paolo, vescovo di Emesa, predicò nella festa della Natività di Cristo il 25 dicembre 432, nella Chiesa Grande, parlando sulla nascita dell'Emmanuele, "appassionato secondo la divinità, sofferente secondo l'umanità".
  In Oriente i primi sermoni natalizi sono dei Santi Padri Cappadoci del IV secolo. San Basilio Magno lasciò l'omelia dedicata al Natale (Bas. M. Homilia in Sanctam Christi generationem, PG 31, 1457 C-1476A). Asterio di Amasia nel sua predicazione chiama la festa della Natività di Cristo "Teofania nella carne" (
Asterius Amasenus, Homilies IV, Adversus kalendarum festum, PG 40, 217 C).
   I canti liturgici per il Natale sono stati composti in tempi diversi: il troparion, l'ikos e il kontakion sono scritti da Romano il Melode nel VI secolo, il canone da Giovanni Damasceno (VIII secolo), il secondo canone - dal monaco Cosma di Maium (VIII secolo), le stychere da Anatolio, Patriarca di Costantinopoli (V secolo), Sofronio e Andrea di Gerusalemme (VII secolo), dal patriarca di Costantinopoli Germano (VIII secolo).
  Per lo sviluppo della rappresentazione della Natività è fondamentale l’istituzione della festività del Natale con i riti solennizzati stabilita dal papa Liberio a partire dal 354 (l'anno della consacrazione dell'antica basilica di Santa Maria Maggiore a Roma che inizialmente veniva chiamata ‘Santa Maria ad Praesepem’ perché la primitiva basilica aveva una ‘Grotta della Natività’ identica a quella di Betlemme, dove si collocava inizialmente la reliquia della mangiatoia). 
    A seguito del concilio di Efeso del 431 dove è stata proclamata la maternità divina della Vergine Maria si canonizza la rappresentazione della natività. La raffigurazione della Madre di Dio divenne stabile nella scena della nascita del Signore, spesso rappresentata a riposo accanto al Bambino. A partire dal VI secolo la Vergine divenne il punto focale della scena. La figura di Giuseppe seduto su un masso, che soppianta il pastore/ profeta compare dal V secolo. Egli si raffigurava di solito sul lato opposto alla Vergine.
   L'iconografia della Natività è basata principalmente sui Vangeli di Matteo (2, 1-12) e Luca (2, 1-20), ma sono importanti anche gli apocrifi (in particolare il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo dello Pseudo Tommaso, il Vangelo di Pseudo-Matteo, Vangelo siriaco dell'infanzia). Nel Vangelo di Pseudo-Matteo il mistero dell'Incarnazione e della nascita di Gesù si presenta così: "La luce divina illuminò la grotta in modo tale che né di giorno né di notte, fino a quando vi rimase la beata Maria, la luce non mancò. Qui generò un maschio, circondata dagli angeli mentre nasceva. Quando nacque stette ritto sui suoi piedi, ed essi lo adorarono dicendo: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà... Sul neonato non vi è alcuna macchia di sangue e la partoriente non
 ha sentito dolore alcuno. Ha concepito vergine, vergine ha generato e vergine è rimasta". Il Protovangelo di Giacomo (19, 2) sulla nascita di Gesù racconta: "Ed ecco che una nube luminosa copriva la spelonca... Improvvisamente la nube si ritraeva dalla grotta e luce apparve là tanto forte che gli occhi non la sopportavano. Poco dopo quella luce cominciò a dileguarsi finché apparve il bambino, il quale si volse per prendere il seno di sua madre, Maria". Il Natale come l'evento della luce luminosa che splende sulla terra lo descrivono anche gli altri apocrifi: Vangelo arabo dell'Infanzia (3, 1) e Vangelo armeno dell'Infanzia (9, 2. 4).
   La più antica raffigurazione della Natività di Gesù Cristo si conserva nell'affresco delle Catacombe di Priscilla (III - IV secolo) con la Vergine seduta con il Bambino in braccio. Il profeta che le è accanto indica la stella evocando l'oracolo messianico del profeta Barlaam (Nm 24, 17). 
   
fig. 1
L'affresco delle catacombe di Priscilla, III secolo

  Le antiche rappresentazioni sui sarcofagi risalgono al secolo IV (sarcofagi del Museo Lateranense a Roma). Sul coperchio del sarcofago 320 ca il Bambino nelle fasce raffigurato nella mangiatoia, affiancato dal bue e l'asino. 
  Al periodo paleocristiano risalgono le immagini più semplici (per esempio, sul sarcofago della chiesa di Sant'Ambrogio a Milano). Nelle catacombe di San Sebastiano, nel presepe la Madre di Dio è rappresentata seduta accanto al Bambino. Su tutti i monumenti paleocristiani, la Madre di Dio era sempre raffigurata seduta, ciò significa il parto senza dolore, come si sottolineava anche negli scritti di San Andrea di Creta, Giovanni di Damasco, Giovanni Crisostomo, e più tardi di Dmytro Tuptalo.
  Lo schema semplice di una grotta o di una capanna con il Bambino sulla paglia al centro fra il bue e l’asinello ha riferimenti all’Antico Testamento e rappresentano il popolo ebreo (bue) e i pagani (asinello). Come è scritto nel profeta Isaia: "Un bue riconosce il suo proprietario e un asino la greppia del suo padrone" (Is 1, 3). Questo brano si interpreta come la profezia del nuovo popolo di Dio che riconosce la voce del Signore ed unisce i giudei con i pagani. I teologi cristiani dei primi secoli, per esempio Sant'Agostino e Sant'Ambrogio, consideravano il bue come un simbolo del popolo ebraico, oppresso dalla Legge, l'asino come i popoli pagani sotto il peccato dell’idolatria. Gesù Cristo giunse per entrambi a liberarli. Gregorio di Nissa (335-  394) nel Sermone del Natale di Cristo spiegava, che il bue come animale da tiro, simboleggiava gli ebrei che tirano il giogo della Legge (At 15, 10; Gal 5, 1), l'asino come animale da soma, rappresentava i gentili sotto il peso del paganesimo.
    Nella profezia del profeta Abacuc, secondo la Versione greca dei LXX, si dice: "Il Signore sarà riconosciuto in mezzo a due animali" (Ab 3, 2: dal gr. ἐν μέσῳ δύο ζῴων letteralmente "in mezzo
 a due animali"), che il latino nel Vangelo dello Pseudo-Matteo è stato tradotto "in medium duorum animalium". L'apocrifo Vangelo dello Pseudo-Matteo narra: "La beatissima Maria uscì dalla grotta e, entrata in una stalla, depose il bambino in una mangiatoia, e il bue e l'asino l'adorarono" (14, 1). Gregorio Nazianzeno (m. 390) scrisse: "adora la mangiatoia, per mezzo della quale tu, che eri privo di parola (alogos), fosti nutrito dalla Parola (Logos). Conosci, come il bue, Colui che è il tuo padrone" (Discorso 38, 17). 
  Dal IV secolo il Salvatore si rappresentava tra due animali (per esempio, sul sarcofago di Adelfia (Sicilia, IV secolo), di Arles (cosiddetto sarcofago della natività), del IV secolo, sulla lapide del loculo di Severa, 330 ca), sul sarcofago del Museo Lateranense, sul sarcofago rinvenuto sull'antica via Appia di Roma, sul famoso sarcofago del sovrano Stilicone, sulla custodia del Vangelo di Milano del VI secolo, ecc., sugli affreschi paleocristiani.  
    Bambino nella mangiatoia è rappresentato affiancato dal bue e dall'asino. Come profetava Isaia: "Udite, cieli; ascolta, terra, perché il Signore dice: "Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il proprietario e l'asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende" (Is 1, 2-3). Il bue e l’asinello che sono rappresentati sul sarcofago di Stilicone datato al IV secolo, non sono presenti nei Vangeli canonici ma in quelli apocrifi come il Vangelo dello Pseudo-Matteo, "un bue e un asino lo adorarono". 
  Per San Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa e Sant'Ambrogio, il bue raffigurava il popolo giudeo, l'asino i gentili. Secondo Leone Magno, l'asino significava Magi-Gentili, bue: Pastori-Giudei. I Padri della Chiesa come Sant’Ambrogio e Sant’Agostino spiegano che il bue rappresenterebbe il popolo ebraico, mentre l’asino i pagani, i cui peccati verranno rimessi da Cristo al momento della sua Passione. La spiegazione troviamo anche nello pseudo Matteo: "Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Abacuc, con le parole: "Ti farai conoscere in mezzo a due animali". 

 
  Madonna con bambino e due Magi
Roma, catacomba dei Ss. Pietro e Marcellino.

   Verso la metà del II secolo si attesta la tradizione orientale della nascita del Signore nella grotta. Le parole di Isaia "Abiterà in una grotta alta di pietra dura" (Is 33, 16) sono state applicate alla nascita di Cristo. L'apologista 
San Giustino Martire, vissuto nel II secolo, fu il primo a menzionare la nascita del Salvatore in una grotta, e già ai tempi di Origene mostravano la grotta in cui nacque il Salvatore. Dopo la fine della persecuzione dei cristiani, l'imperatore Costantino il Grande costruì un tempio su questa grotta, di cui scrisse l'antico storico Eusebio. Questa grotta, secondo molti autori, si trovava nella montagna, che iniziò a correlarsi con la stessa Madre di Dio, e la grotta - con il suo grembo, il ricettacolo del Dio Incontenibile. Secondo un'altra interpretazione, la grotta è intesa come un luogo oscuro, ovvero un mondo caduto, in cui splendeva il Sole della verità, Gesù Cristo.
   Nel Protovangelo di Giacomo si legge: "Giuseppe trovò una grotta e vi condusse dentro Maria" (18, 1). Anche il Vangelo dello Pseudo-Matteo (13, 2) scrive di una grotta. Era stato affermato da Origene che era possibile visitare la grotta sulla quale Sant'Elena costruì la basilica chiamata da San Girolamo Ecclesia Speculae Salvatoris. 
  Nell'arte, influenzata dagli apocrifi, apparve la raffigurazione della Natività di Cristo in una grotta che risale al V-VI secolo. Nella composizione centrale di una delle ampolle di Monza sullo sfondo sono visibili la grotta e la stella al centro in alto. Giuseppe pensieroso è seduto vicino alla mangiatoia, la Madre di Dio con il nimbo e stesa. Da allora Madonna è stata sempre raffigurata con un'aureola. Nelle icone si rappresenta la grotta come voragine nera che potrebbe simbolizzare gli Inferi ed alludere la voragine nell'icona della Risurrezione (nella variante "La Discesa negli Inferi"). 


Particolare del bassorilievo sul trono di Massimiano a Ravenna, VI secolo

  La raffigurazione della Natività in avorio intagliato la troviamo sul trono dell'arcivescovo di Ravenna della metà del VI secolo Massimiano. Il Bambino giace su un giaciglio di pietra, accanto vediamo San Giuseppe, un bue ed asino. Davanti  vediamo la scena con la Madre di Dio adagiata al letto, alla quale si rivolge una donna mostrando la mano destra. La trama risale al Protovangelo di Giacomo (capitolo 20), che racconta di Salome, che dubitava della purezza della Madre di Dio. Dopodiché, la mano con cui toccava la Beata Vergine si è seccata. La levatrice, che secondo il Libro dell'Infanzia si chiamava Eva, e la donna aiutante, che secondo il Protovangelo di Giacomo si chiamava Salome. A lei l'angelo disse: "Avvicinati, prendi il Bambino ed Egli sarà la tua salvezza". Fiduciosa Salome si accostò al Bambino e lo prese in braccio dicendo tra di sé: "Lo adorerò perché questo è il re nato ad Israele". 
    La scena è presente anche nell'oratorio del papa Giovanni VII a Roma eseguita a cavallo del VII-VIII secolo. Nella scena del bagno del Bambino sottolinea l'umanità del Cristo. Questo particolare dell'iconografia della Natività divenne poi permanente.

Reliquiario dipinto del Sancto Sanctorum a Laterano, VI secolo, Musei Vaticani 


Avorio, Costantinopoli, X secolo, Britith Museum  



Avorio, frammento di triptico, Costantinopoli, X secolo 
  
    La Vergine che partorisce il Suo Figlio (come profetizzava Isaia: "Un bambino è nato per noi, c’è stato dato un figlio" (Is 9, 5)) è raffigurata distesa dentro la grotta. Il Bambino è posto in una mangiatoia (secondo Lc 2, 12: "un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia". Alla sinistra nelle icone medievale è talvolta rappresentato San Giuseppe immerso in una meditazione profonda. Accanto a San Giuseppe appare molto spesso l'arboscello. La figura umana vicino a Giuseppe si spiega in diversi modi: come una persona che è venuta a congratularsi con Giuseppe per la nascita del Bambino, invece, secondo gli apocrifi, uno che tenta Giuseppe.  
   In alto, come un riflesso della Maestà divina, si raffiguravano gli angeli con la scritta: "Gloria a Dio nel più alto dei Cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà" (Lc 2, 14). Come si canta anche durante la Divina Liturgia: "Il cielo e la terra, in questo giorno, si rallegrano profeticamente. Angeli e uomini, esultiamo!" 
  L'unico evangelista Luca raccontano questo fenomeno, chiarendo che un angelo apparve alla nascita di Cristo per annunciare questo evento ai pastori di Betlemme. 
   Sui sarcofagi iniziano a comparire le figure dei pastori o dei profeti con il rotolo di pergamena. Il numero dei pastori inchinati che vennero dal Bambino è variabile. Dall'XI secolo sono note le rappresentazioni dei pastori-musicisti. All'XI secolo risale la figura di una pastorella che gioisce per l'evento e suona il corno. L'elemento iconografico è direttamente correlato con l'Ufficio dei vespri per la Natività del Signore: "Nel Signore Gesù, nato dalla Santa Vergine, ogni cosa è stata illuminata: un pastore che suonava e un mago che si inchinava, un angelo che cantava ..." Nell'inno del mattutino della vigilia si canta: "Interrompendo il suono dei flauti pastorali, la milizia celeste gridava: ... Lodate, cantando inni, colui che è nato, il Cristo Signore". 
    L'immagine degli angeli nella parte superiore delle icone si è diffusa dall'VIII al IX secolo, e nei secoli successivi il loro numero è costantemente aumentato - se all'inizio erano raffigurate due o tre figure, che glorificano il Signore, con il tempo vediamo sempre più numerose. 
  La nascita del Salvatore è stata accompagnata e annunciata dall'apparizione di una stella nel cielo (Mt 2, 2-10). Nella stella si realizzava la profezia di Barlaam nell'Antico Testamento: "Una stella sorge da Giacobbe e uno scettro si alza da Israele" (Nm 24, 17), che nella tradizione giudaica è stata interpretata come l'annuncio del Re dei giudei, il Messia, promesso dal profeta Davide, nell'esegesi cristiana - il segno visibile dell'arrivo del Salvatore. 
   La stella è stata profetata da Isaia: "Sorgi! Sii raggiante perché la tua luce viene e per te spunta la gloria del Signore. Mentre le tenebre avvolgono la terra e l'oscurità si stende sui popoli, ecco su di te si leva il Signore e la sua gloria su di te si rivela. Le nazioni cammineranno alla tua luce ed i re allo splendore della tua aurora. Guarda, da tutte le parti si adunano e vengono a te, tu chiami i figli che giungono da lontano" (Is 60, 1-4). Come spiega il Vangelo dell’infanzia arabo siriano (cap. VII): "apparve loro un angelo, sotto forma di quella stella che prima era stata la loro guida nel viaggio". La maggior parte dei Padri della Chiesa riguardo era dell'opinione che stella fosse stata creata da Dio al momento della nascita del Salvatore (Ignazio il portatore di Dio, Origene, Eusebio). Secondo Eusebio di Cesarea, la stella è simbolo della luce, significa l'unica vera luce che illumina il mondo - il Cristo. Per Giustino la stella di Betlemme è il mezzo per raggiungere la conoscenza del sole della verità, l'indice della venuta del Signore.  
   San Giovanni Crisostomo pensava che fosse un angelo in forma di stella. Per San Giovanni Crisostomo la stella non era solo un fenomeno fisico, ma un "potere angelico" intelligente. San Giovanni Crisostomo spiegava così: "Che questa stella non fosse una delle tante, anzi non fosse nemmeno una stella, a mio parere, ma una potenza invisibile trasformata in questo aspetto, è evidente innanzitutto dal suo percorso." (Omelia sul Vangelo di  Matteo 6, 2. 4). Nel Vangelo dell'Infanzia la stella identificata con un angelo: "Nella stella ora apparve loro un angelo: aveva la forma della stella che li aveva dianzi guidati. Diretti da questa luce, partirono di là è camminarono finché giunsero alla loro terra".   
   L'arcivescovo Teofilatto di Ocrida (1109 ca) scriveva: "Sentendo parlare di una stella, non pensare che fosse una di quelle che vediamo: no, era una potenza divina e angelica apparsa sotto forma di stella. Poiché i maghi erano impegnati nella scienza delle stelle, il Signore li ha guidati con questo, per loro un segno familiare, proprio come Pietro il pescatore, sorprendente con molti pesci, attratto da Cristo. E che la stella fosse il potere di un angelo, è evidente dal fatto che brillava luminosa durante il giorno, camminava quando camminavano i Magi, brillava quando non camminavano; soprattutto dal fatto che andava dal nord, dove la Persia, al sud, dove Gerusalemme: ma le stelle non vanno mai dal nord al sud".
   La composizione principale della Natività (l'immagine del Bambino fasciato in una mangiatoia in una grotta, gli animali nella mangiatoia, la Madre di Dio e Giuseppe seduto) è stata completata da l'immagine degli angeli che lodano il Signore, la scena dell'Annunciazione ai pastori, scene del viaggio e dell'adorazione dei Magi e del lavaggio del Bambino. 


 
    Le ampolle di Monza del VI sec. con la Vergine col Bambino al centro, 
a destra e a sinistra sono raffigurati l’annuncio ai pastori e l’adorazione dei Magi.

 
Mosaico "L'Adorazione dei Magi", Ravenna, Basilica di Sant'Apollinare Nuovo.
     
    La rappresentazione del cammino verso Betlemme dei Magi e dell'Adorazione del Bambino la troviamo nei versi del Vangelo di Matteo (Mt 2, 1-12). I primi cristiani si identificarono con i Magi - che manifestavano l'universalità della salvezza per tutte le genti - e questo spinse la diffusione delle immagini dell'Adorazione sin dalla nascita dell'arte cristiana (le raffigurazioni sulla lastra funeraria di Severa (la seconda metà del III secolo), nella catacomba dei Santi Pietro e Marcellino di Roma; nel fronte di un sarcofago (la prima metà del IV secolo), del Museo Pio Cristiano della Città del Vaticano; nel coperchio del sarcofago (la prima metà del IV secolo) di San Paolo fuori le mura; nel IV secolo, nel sarcofago del Museo Ambrosiano di Milano, nel sarcofago di Stilicone della basilica di Sant'Ambrogio di Milano, nel sarcofago di Adelfia del Museo arcivescovile di Siracusa). La scena dell'Adorazione dei Magi si aggiunge nelle icone della Natività di Cristo.
   Come l'Adorazione dei Magi è interpretato il passo della profezia di Isaia: "Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa..." (Is 60, 6). Nel Salmo (71, 10) si dice: "I re di Tarsis e delle isole porteranno offerte, i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi". Nel Protovangelo di Giacomo (II secolo) leggiamo (21, 1-4): "[I Magi] dicevano, Dov’è nato il re dei giudei? Abbiamo visto la sua stella nell’Oriente e siamo venuti ad adorarlo....[Erode] interrogò i Magi, dicendo, Quale segno avete visto a proposito del re che è nato? I Magi risposero: "Abbiamo visto una stella grandissima che splendeva tra queste stelle e le oscurava, tanto che le stelle non apparivano più. E così abbiamo conosciuto che era nato un re a Israele... Ed ecco che la stella che avevano visto nell'oriente li precedeva fino a che giunsero alla grotta, e si arrestò in cima alla grotta. I magi, visto il bambino con Maria sua madre, trassero fuori dei doni dalla loro bisaccia: oro, incenso e mirra". 
   
 
Menologio di Basilio II della fine del X secolo, 
la Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. Graec. 1613)

Mosaico del Maestro di Dafni, monastero di Dafnì (Atene), l'XI secolo.

Αντώνιος    Παρασκευόπουλος: Ο Χριστός ἦρθε στή Γῆ γιά νά μᾶς Χαρίσει τήν Εἰρήν...
 La miniatura bizantina, 1120-1130






Icona del XII secolo, Sinai, Monastero di Santa Caterina

L'icona  del XII secolo, monastero di Santa Caterina, Sinai

Mosaico della Cappella Palatina del Palazzo Reale di Palermo, ca 1143

Mosaico, Osios Loukas

Jacopo Torriti, la scena del mosaico dell'abside di Santa Maria Maggiore a Roma  

Pietro Cavallini, Mosaici in Santa Maria in Trastevere, Roma 

Mosaico nel museo della chiesa di Chora, 
Istanbul, Turchia

L' affresco bizantino, Mistra, Grecia, metà del XIV secolo.

   Nell'iconografia ucraina il motivo della nascita del Signore è conosciuto attraverso gli affreschi dal XII secolo (nella chiesa di San Cirillo d'Alessandria a Kyiv, nella chiesa di Goriany del XIII secolo), i codici medievali (il Salterio di Gertrude e il Salterio di Kyiv del 1397) e le numerose icone della devozione popolare proveniente dalle diverse parti dell'Ucraina.

La miniatura dell'XI secolo eseguita a Kyiv, c. d. codice di Gertrude, moglie di Iziaslav I, 
gran principe di Kyiv (1054-1078), 
Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale, codice CXXXVI, fol. 9 v


L'affresco del XII secolo nella chiesa di San Cirillo d'Alessandria a Kyiv

L'adorazione del Signore, l'affresco nel villaggio Goriany, XIII secolo 

La miniatura del Salterio di Kyiv dell'anno 1397


 
La miniatura del Salterio di Kyiv dell'anno 1397

La miniatura del Salterio di Kyiv dell'anno 1397

L'icona ucraina del XVI secolo, villaggio Poliana, Museo Nazionale a Cracovia 

Oggi la Vergine dà alla luce il Sovra essenziale,
e la terra offre una grotta all’Inaccessibile:
gli angeli e i pastori cantano la sua gloria,
i magi camminano seguendo la stella,
perché bambino è nato per noi il Dio che precede tutti i secoli

Kontakion di Romano il Melode


L'icona ucraina del XVI secolo, villaggio Vilce, Museo Nazionale a Leopoli 

L'icona del XVI secolo, Museo Nazionale di A. Sheptyckyj a Leopoli 

L'icona ucraina del XVI secolo, villaggio Radruzh, Museo Nazionale a Leopoli 

La natività, 1580, chiesa di San Nicola, Lopushanka Khomyna, Museo Nazionale a Leopoli

L'icona della chiesa della Trasfigurazione, villaggio Skole, l'inizio del XVII secolo, 
Museo Nazionale di A. Sheptyckyj a Leopoli 


Natività, la fine del XVI secolo, Kalush, Museo Nazionale delle Arti di Ucraina, Kyiv  

 L'icona della metà del XVI secolo, chiesa dell'Arcangelo Michele, 
Stara Skvyava, scuola di Przemyśl
 
L'icona del XVI secolo, Museo Nazionale a Cracovia 

L'icona del XVI secolo, Museo Nazionale a Cracovia 

L'icona del XVI secolo, Daliova, Museo Nazionale a Leopoli 

"La Natività di Cristo con le scene della vita della Vergine Maria" 
la metà del XVI secolo, dalla chiesa dell'Intercessione della Madre di Dio, 
villaggio Trushevychi, (Staryj Sambir), regione di Leopoli, 
Museo Nazionale a Leopoli 

L'Adorazione dei Magi, la metà del XVI secolo, il villaggio Busovysko.


Ivan Rutkovych, frammento dell'iconostasi di Zhovkva, XVII secolo, 
Museo Nazionale a Leopoli 

Incisione nell'Anfologion, Kyiv,  tipografia del monastero delle Grotte, 1619  

Incisione nell'Anfologion, Kyiv, tipografia del monastero delle Grotte, 1619  


Incisione del incisore Ilya, "Apostol", Leopoli 1639

Anfologion. Leopoli, Tipografia della confraternita leopolitana, 1638.

L'incisione del Vangelo a Leopoli, 1644 
Biblioteca scientifica dell'Università Nazionale 


L'icona del 1650, chiesa dello Spirito Santo, Rogatyn 

La parte dell'iconostasi del XVII secolo della chiesa di Santa Paraskeva a Leopoli

L'icona della seconda metà del XVII secolo.

L'icona del XVII secolo, Kamin'-Kashynskyj, Museo a Lutsk

L'icona della metà del XVII secolo, provincia di Kalush, 
Collezione privata

L'icona del XVII secolo, Museo-Castello di Ostrig  

"Natale e infanzia di Cristo" della fine del XVII - l'inizio del XVIII secolo, villaggio Torky, 
Museo Nazionale a Leopoli 

Scuola di Robotychi, fine del XVII - inizio XVIII secolo. Museo Nazionale a Leopoli 

Natale e infanzia di Cristo" della fine del XVII - l'inizio del XVIII secolo, 
Museo Nazionale a Cracovia

Scuola di Robotychi, fine del XVII - inizio XVIII secolo. Museo-riserva "Castello di Zhovkva".

Adorazione dei Magi, Natale. Seconda metà del XVII secolo.
 Museo "Tesori spirituali dell'Ucraina", Kyiv.

Scuola di Zhovkva, chiesa della Santissima Trinità,  1728.

L'icona ucraina del XVII secolo, Museo storico a Sanok. 

Adorazione dei Magi. Scuola pittorica di Peremysh, metà del XVI secolo, chiesa dell'Arcangelo Michele, villaggio di Stara Skvariava.

Adorazione dei Magi. Scuola della pittura di Rybotychi. 
XVII secolo, dalla chiesa della Sinassi della Vergine Maria, villaggio di Trushevychi, Museo Nazionale di Leopoli intitolato ad A. Sheptytsky.

L'icona ucraina del XVII secolo, collezione privata

L'icona ucraina del XVII secolo 

L'icona ucraina, patronale della chiesa di Sinassi della Madre di Dio, regione di Kyiv, gli anni '1680
Museo Nazionale a Varsavia

L'icona ucraina del XVII secolo, villaggio di Glomcha, Museo Storico a Sianok 

L'icona del XVII secolo, Scuola di Ostrig, Museo Castello di Ostrig 

L'icona dell'inizio del XVIII secolo, villaggio Piatygory, Museo a Rivne. 




L'icona della scuola di Kyiv, ca 1675 - ca 1725, regione di Kyiv 

 
Ivan Rutkovych, l'icona della fine del XVII - l'inizio del XVIII secolo, 
Museo Nazionale a Leopoli  

Ilya Brodlakovych Vyshensky, l'icona del secondo terzo del XVII secolo, collezione privata

"L'Adorazione dei pastori" di Chlomchi, la seconda metà del XVII secolo.

L'icona del XVII secolo, Museo Castello di Ostrogh

L'icona ucraina del XVII secolo, Museo statale storico a Mosca

Maestro I. Brodlakovych-Vyshensky, secondo terzo del XVII secolo. Collezione privata
 

L'icona della fine del XVII secolo, distretto di Drogobych, regione di Leopoli 

Maestro Fedir Senkovych, icona dall'iconostasi della chiesa di Santi Cosma e Damiano, 
villaggio Velyki Grybovychi, 1628-1630  


L'icona della metà del XVII secolo, chiesa di Sinassi della Madre di Dio, Skvariava Nova, 
scuola leopolitana, Museo Nazionale a Leopoli 

Yov Kondzelevych, l'icona dell'iconostasi della chiesa dell'Esaltazione della Santa Croce 
del monastero di  Skyt Maniavsky, 1698-1705, Museo Nazionale a Leopoli

Incisione di Nikodym Zubrytskyj. Irmologion, Leopoli, 1709 (fol. 137)


Il frammento dell'iconostasi della chiesa della Santissima Trinità, Zhovkva, 1728 

Cartiglio con scena della Natività, XVIII secolo, Stara Skvariava, regione di Leopoli, 
Museo delle religioni, Leopoli 


L'icona dall'iconostasi della chiesa dell'Assunzione della Vergine Maria 
presso monastero delle Grotte a Kyiv, 1729, 
Museo Nazionale dell'Arte, Kyiv

L'icona del XVII secolo, chiesa della Trasfigurazione, Liublino 

Adorazione dei Magi, parte dell'iconostasi di Sorochyntsi, XVIII secolo. 

La pittura murale del XVIII secolo nella chiesa del villaggio Vyslobodky, regione di Leopoli  

L'icona della devozione popolare della fine del XVII - l'inizio del XVIII secolo, 
Scuola di Rybotychi

L'icona della devozione popolare del XVII secolo, Galychyna 

L'immagine del XVIII secolo, chiesa dell'Evangelista Luca, villaggio Usychi, 
regione di Lutsk. Museo dell'icona di Volyn, Lutsk.


Modest Sosenko, Natale


Ivan Izakevych, L'affresco della chiesa del monastero delle Grotte a Kyiv


                                                                 Troparion, voce 4:
La Tua nascita, o Cristo nostro Dio, illuminò il mondo con la luce della sapienza: 
perché le persone che seguivano le stelle, per mezzo della stella, 
hanno imparato ad adorare Te, Sole di giustizia, e a conoscere Te, Oriente, 
che dall'alto sorge; 
O Signore, gloria a Te.

Kontakion di Romano il Melode, voce 3:
Oggi la Vergine partorisce 
Colui che è al di sopra di tutto ciò che esiste, 
e la terra porta la grotta all'Inaccessibile; 
Gli angeli glorificano con i pastori, mentre i Magi viaggiano dietro la stella, 
perché per noi è nato il Bambino, l'Eterno Dio.

Jiulian Bucmaniuk (1885-1967), l'affresco della chiesa di Sacro Cuore, Zhovkva  

Grafica di Myron Levyckyj 






Leo Mol, le vetrate della cattedrale ucraina di Santi Volodynyr e Olga a Winnipeg

L'icona di Petro Kholodnyj, giovane 

L'icona di Petro Kholodnyj jr, 1985

L'icona di Ostap Lozynskyj (1983-2022)

Stendardo dell'uso liturgico del 1858 ca, villaggio Nyrkiv, provincia di Zalizhyky, 
regione di Ternopil'

Khorughva (stendardo dell'uso liturgico), l'inizio del XX secoloregione di Ternopil' 





* * *
M. E. GARCIA BARRACO, ed., Praesepium. La natività e l’Adorazione dei Magi nell’arte paleocristiana, Roma 2016

Le immagini delle icone ucraine sono tratte da: 
Різдво Христове - ICON.ORG.UA
http://www.librideipatriarchi.it/salterio-di-egberto-codex-gertrudianus/





L'articolo ripubblicato e aggiornato.
La prima pubblicazione del 7 gennaio 2020


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