giovedì 19 febbraio 2026

La ferita del cuore del Popolo Ucraino, di Carlo Sarno



La ferita del cuore del Popolo Ucraino

di Carlo Sarno





INTRODUZIONE

La "teologia del cuore ferito" in Ucraina non è una dottrina astratta, ma una risposta spirituale e pratica al trauma collettivo della guerra. Si inserisce in un percorso più ampio che la Chiesa greco-cattolica ucraina definisce come la necessità di elaborare una "teologia di un popolo ferito".
Ecco i pilastri principali di questa prospettiva:

1. Il Cuore di Cristo come Specchio della Sofferenza
L'immagine del Sacro Cuore di Gesù, rappresentato come un cuore sanguinante, è diventata un simbolo centrale per i fedeli ucraini. In questo contesto:
Il cuore ferito di Dio simboleggia la sua vicinanza a chi soffre: Dio non osserva dall'alto, ma condivide il dolore del popolo.
La ferita diventa il luogo dell'incontro tra l'umano e il divino, dove il trauma personale trova spazio nella compassione di Cristo.

2. Dalla Ferita alla Speranza
Più che sul dolore fine a se stesso, questa riflessione punta alla teologia della speranza. L'obiettivo è aiutare le persone a "non chiudere il cuore" nonostante le atrocità subite.
Resilienza Spirituale: La fede viene vissuta come un baluardo contro l'odio, trasformando la ferita in una missione di servizio e sacrificio.
Guarigione del Trauma: Esistono programmi specifici di guarigione dei traumi basati sulla Bibbia, che trattano le ferite del cuore (emozioni, anima, spirito) per prevenire conseguenze a lungo termine come l'isolamento o la disperazione.

3. La "Teologia dopo Bucha"
Analogamente alla "teologia dopo Auschwitz", i teologi ucraini si interrogano su dove fosse Dio durante i massacri (come a Bucha). Questa riflessione porta a una teologia della presenza, dove la Chiesa è chiamata a essere "voce del popolo ferito" e segno visibile di speranza in mezzo al caos.



LA TEOLOGIA DEL CUORE FERITO IN UCRAINA

Approfondire la teologia del cuore ferito in Ucraina significa passare dall'analisi del dolore alla costruzione di una teologia della speranza che sia capace di rigenerare il tessuto sociale e spirituale del Paese.
Ecco tre aspetti chiave per comprendere questa visione profonda:

1. Il Cuore come "Campo di Battaglia" Invisibile
Nella spiritualità orientale, il cuore non è solo la sede dei sentimenti, ma il centro decisionale e spirituale dell'uomo. La guerra è vista come un'aggressione che punta a distruggere non solo i corpi, ma la capacità stessa di amare.
Resistere all'odio: La sfida teologica è impedire che il cuore, pur ferito, si chiuda nell'odio. Il Catechismo per i soldati cristiani aiuta i militari a focalizzarsi sulla missione di protezione della vita, evitando di farsi "infettare" dal risentimento distruttivo.
La ferita come apertura: Secondo alcune riflessioni mistiche, la "Sacra Ferita" del cuore non è un problema da risolvere, ma uno spazio attraverso cui Dio può penetrare e abitare il dolore umano.

2. La Guarigione Olistica (Anima e Corpo)
Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk sostiene che la guarigione di un "popolo ferito" richieda una collaborazione stretta tra medici, psicologi e sacerdoti.
Curare le cicatrici: Esistono progetti, come quelli a Kiev, che curano contemporaneamente le cicatrici fisiche da esplosione e il trauma psicologico, restituendo dignità alla persona.
La luce della Verità: Citando Sant'Agostino, Shevchuk afferma che la verità è come un leone: non va difesa, ma "liberata". Portare alla luce le ferite e i traumi è il primo passo affinché perdano il loro potere distruttivo sulle persone.

3. Una Teologia "dal Fondo del Pozzo"
I teologi ucraini descrivono l'attuale condizione come una "teologia dal fondo del pozzo", un'esperienza simile al Getsemani.
Presenza nel silenzio: Quando Dio sembra tacere di fronte alle atrocità (come a Bucha), la teologia del cuore ferito risponde con la prossimità. La Chiesa non offre risposte filosofiche, ma la sua presenza fisica al fianco di chi piange.

Il martirio della speranza: In Ucraina, la speranza è considerata una forma di martirio silenzioso, una scelta quotidiana di credere nella vita nonostante la costante minaccia di morte.



ANDREI SHEPTYTSKY

La relazione è di continuità storica e spirituale: il Metropolita Andrei Sheptytsky è considerato il precursore e la "radice" della teologia del cuore ferito, avendo guidato la Chiesa greco-cattolica ucraina attraverso due guerre mondiali e l'occupazione nazista e sovietica.
Ecco i punti di contatto fondamentali:

1. La cura delle "ferite sociali"
Sheptytsky non separava la teologia dalla vita civile. La sua visione, oggi ripresa dai teologi ucraini, considerava il trauma della nazione come una ferita nel corpo mistico di Cristo.
Solidarietà concreta: Durante l'Olocausto, Sheptytsky mise in pratica una "teologia dell'azione" salvando centinaia di ebrei, dimostrando che il cuore ferito di Dio batte in ogni essere umano perseguitato.
L'appello alla santità: Nella sua famosa lettera pastorale "Non uccidere", affrontò direttamente la ferita morale dei soldati e dei civili, cercando di preservare l'integrità del "cuore" ucraino dalla tentazione dell'odio fratricida.

2. La guarigione come missione della Chiesa
L'attuale teologia di un popolo ferito promossa da Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk si ispira direttamente al metodo di Sheptytsky:
Assistenza olistica: Come Sheptytsky fondò ospedali e orfanotrofi per curare le piaghe del dopoguerra, oggi la Chiesa ucraina applica la guarigione dei traumi unendo spiritualità e psicologia, vedendo nel sacerdote un "medico delle anime" che tocca le piaghe della società.
Resilienza istituzionale: Sheptytsky insegnò che la Chiesa deve essere l'ultimo rifugio quando lo Stato crolla, un concetto che oggi si traduce nella rete di accoglienza e supporto spirituale che non abbandona le zone di conflitto.

3. La ferita come luogo di unità
Sheptytsky fu un grande pioniere dell'ecumenismo. La teologia del cuore ferito oggi utilizza questa eredità per unire diverse confessioni religiose ucraine attorno al dolore comune:
La sofferenza condivisa diventa un "ecumenismo del sangue" che supera le divisioni dottrinali per concentrarsi sulla dignità della persona ferita.


La lettera pastorale "Non uccidere" (Ne ubyi), pubblicata dal Metropolita Andrei Sheptytsky il 21 novembre 1942, è un documento di straordinario coraggio morale, scritto nel pieno dell'occupazione nazista e delle violenze interetniche.
Ecco i punti cardine che oggi alimentano la teologia del cuore ferito:

Il valore assoluto della vita: Sheptytsky ribadisce che la vita umana è proprietà esclusiva di Dio. Nessuna ideologia politica, odio etnico o necessità militare giustifica l'omicidio. È una condanna diretta sia al massacro degli ebrei (Shoah) sia alle esecuzioni politiche tra fazioni ucraine.

La "morte spirituale" dell'omicida: Il Metropolita avverte che chi uccide non ferisce solo la vittima, ma uccide la propria anima. Il "cuore ferito" qui è quello del peccatore che, macchiandosi di sangue, si auto-esclude dalla comunità cristiana. La lettera stabilisce la scomunica "latae sententiae" per chi commette omicidio volontario.

Il rifiuto dell'odio come dovere cristiano: In un momento in cui la propaganda nazista e sovietica incitavano alla violenza, Sheptytsky esorta a non lasciarsi "contaminare" dall'odio. Questo principio è il cuore della moderna resilienza spirituale ucraina: proteggere il proprio cuore dalla trasformazione in "carnefice".

Responsabilità collettiva: Il testo richiama l'intera società a vigilare. Se la comunità tace o approva il sangue, diventa complice della ferita inferta a Dio e alla nazione.

Oggi, questa lettera viene utilizzata per formare i cappellani militari al fronte, aiutandoli a distinguere tra la legittima difesa e l'odio cieco che distruggerebbe l'umanità del soldato.



JOSYF SLIPYI

Se Sheptytsky è il "padre" che ha teorizzato la protezione del cuore, Josyf Slipyj ne è il "testimone" che ha incarnato la teologia del cuore ferito attraverso 18 anni di prigionia nei gulag sovietici.
La relazione tra Slipyj e questa teologia si fonda su tre pilastri:

1. Il Cuore come "Cattedrale nel Deserto"
Per Slipyj, il cuore ferito non è una condizione di debolezza, ma l'unico luogo dove la fede può sopravvivere quando tutte le strutture esterne (chiese, gerarchie, seminari) vengono distrutte.
Resilienza nel Lager: Durante la prigionia, Slipyj visse la teologia della sofferenza non come rassegnazione, ma come resistenza spirituale. Il suo cuore "trafitto" dalla separazione dal suo popolo divenne il simbolo della Chiesa sotterranea (catacombale).
Identità ferita: Slipyj insegnò che la ferita inflitta dal regime alla Chiesa greco-cattolica era in realtà una partecipazione alla Passione di Cristo, trasformando il trauma in un'identità di "popolo martire".

2. Il "Testamento" e la Ricostruzione
Nel suo "Testamento" spirituale, Slipyj invita a "raccogliere i cocci" e ricostruire l'unità del popolo partendo dalle proprie cicatrici.
Dalla prigionia alla speranza: Dopo la liberazione nel 1963, Slipyj non cercò vendetta, ma si dedicò alla creazione di istituzioni (come l'Università Cattolica Ucraina) per curare l'ignoranza e il trauma causati dall'ateismo di stato. Questa è la radice della moderna teologia della speranza ucraina.

3. La "Chiesa delle Catacombe" come Modello
La teologia del cuore ferito oggi attinge all'esperienza di Slipyj per rispondere alla guerra attuale:
La forza della vulnerabilità: Come Slipyj fu potente pur essendo un prigioniero, così l'Ucraina oggi trova forza nella sua vulnerabilità. La Chiesa ucraina attuale si definisce "ospedale da campo", un concetto che Slipyj anticipò vivendo tra i feriti e gli ultimi nei campi di lavoro della Siberia.

In sintesi, se Sheptytsky ha scritto le regole per non far marcire il cuore nell'odio, Slipyj ha dimostrato come un cuore ferito possa restare vivo, libero e sovrano anche dietro le sbarre.


Il "Testamento" spirituale di Josyf Slipyj, scritto a Roma nel 1970 e completato nel 1981, è considerato la "magna charta" della sopravvivenza spirituale ucraina. In esso, la teologia del cuore ferito si trasforma in un programma di rinascita nazionale e religiosa.
Ecco i punti fondamentali del documento:

1. La fede come forza di resistenza
Slipyj scrive come un uomo che ha portato nel corpo e nell'anima le piaghe del Gulag. Il suo testamento non è un lamento, ma un atto di forza:
"Perseverate!": È l'imperativo centrale. Slipyj esorta il suo popolo a non cedere alla disperazione, trasformando la ferita della persecuzione in un sigillo di fedeltà a Cristo e alla Chiesa greco-cattolica ucraina.
Il valore del sacrificio: Afferma che il sangue dei martiri non è versato invano, ma è il fondamento su cui poggia il futuro dell'Ucraina.

2. L'amore per la scienza e la cultura
Nonostante i 18 anni di lavori forzati, Slipyj non perse la fiducia nella ragione. Il Testamento dedica ampio spazio alla necessità di istruire il popolo:
L'Università Cattolica: Chiede ai fedeli di sostenere l' Università Cattolica Ucraina (UCU), fondata da lui in esilio a Roma. Per Slipyj, un cuore ferito si guarisce anche attraverso la cultura e la conoscenza, unici strumenti per resistere ai totalitarismi.

3. L'unità e il Patriarcato
Slipyj vede nella frammentazione del popolo ucraino un'ulteriore ferita. Il suo testamento è un appello accorato all'unità:
Il Patriarcato: Egli vede nel riconoscimento del Patriarcato ucraino il compimento della dignità di una "Chiesa martire". È un'esigenza teologica: una Chiesa che ha sofferto ha il diritto di autogovernarsi per meglio curare le proprie ferite.
Riconciliazione: Invita gli ucraini nel mondo a restare uniti, superando le divisioni politiche per il bene comune della nazione.

4. Il perdono senza oblio
Il Testamento riflette una profonda maturità spirituale:
Slipyj non incita alla vendetta contro i suoi carcerieri. Tuttavia, sottolinea che la vera pace si fonda sulla Verità. La teologia del cuore ferito, nel solco di Slipyj, non nasconde la cicatrice, ma la mostra come prova della propria identità e libertà.

Oggi questo testo è la bussola per la "teologia di un popolo ferito" citata da Sviatoslav Shevchuk: un invito a ricostruire sulle macerie, mantenendo il cuore integro e rivolto al futuro.



SVIATOSLAV SHEVCHUK

Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk è il principale artefice della sistematizzazione della teologia del cuore ferito, trasformando l'eredità di Sheptytsky e Slipyj in una risposta pastorale alla guerra contemporanea.
Ecco come Shevchuk declina questa visione:

1. La Chiesa come "Ospedale da Campo"
Riprendendo l'immagine di Papa Francesco, Shevchuk definisce la Chiesa ucraina come un luogo di cura per le ferite invisibili.
Oltre il dogma: Afferma che oggi la missione della Chiesa non è spiegare dottrine, ma "abbracciare e curare le ferite" di chi ha perso tutto.
Sinergia terapeutica: Ha promosso la formazione dei sacerdoti affinché sappiano riconoscere i traumi psicologici, integrando la fede con le scienze mediche per una guarigione olistica.

2. La Teologia della Prossimità
Shevchuk sostiene che Dio non è assente nel dolore, ma è "il primo dei feriti".
Presenza fisica: Durante l'assedio di Kiev, è rimasto nei sotterranei della cattedrale, incarnando una teologia che non parla "del" dolore, ma "dal" dolore.
Solidarietà internazionale: Utilizza i suoi videomessaggi quotidiani per trasformare il cuore ferito dell'Ucraina in un appello alla coscienza globale, chiedendo una speranza attiva.

3. La ferita come fondamento della Speranza
Per Shevchuk, la ferita non è la fine, ma il punto di partenza per una nuova dignità.
Resilienza spirituale: Insegna che un "cuore ferito" è un cuore che ha amato e che, nonostante il trauma, sceglie di non odiare per non diventare come l'aggressore.
Il futuro della nazione: La sua visione teologica mira a ricostruire l'Ucraina partendo dalla guarigione delle anime, convinto che nessuna ricostruzione materiale sarà duratura senza un cuore risanato.



L'AMORE DI GESU'

La relazione è di identificazione totale: nella teologia del cuore ferito, il dolore dell'Ucraina non è visto come una punizione, ma come un'estensione della Passione di Cristo.
Ecco come l'Amore di Gesù si intreccia con questa visione:

Il Cuore Trafitto come Archetipo: Il punto di partenza è il costato aperto di Gesù sulla Croce. Per i teologi ucraini, quel cuore ferito è la prova che l'amore di Dio non è apatico, ma vulnerabile. Dio sceglie di farsi ferire per non lasciare solo l'uomo nel suo trauma.

La "Ferita" come Canale d'Amore: Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk spiega che solo un cuore che accetta di essere ferito può continuare ad amare. L'Amore di Gesù è ciò che impedisce alla ferita di trasformarsi in cancrena (odio); attraverso la grazia, la ferita diventa una "feritoia" da cui esce misericordia.

Cristo nel Sofferente: Questa teologia applica radicalmente il passo evangelico "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli minimi, l'avete fatto a me". Amare l'Ucraina oggi significa toccare le piaghe di Cristo nei corpi dei soldati e dei civili mutilati.

Vincere il male con l'Amore: Come l'Amore di Gesù ha trasformato lo strumento di tortura (la Croce) in strumento di salvezza, così la teologia del cuore ferito mira a trasformare il trauma della guerra in una forza di resilienza spirituale e solidarietà nazionale.

In sintesi, il cuore ferito dell'Ucraina trova senso solo se specchiato nel cuore ferito di Gesù: entrambi sanguinano, ma entrambi restano aperti all'altro.



LA TEOLOGIA DELLA BELLEZZA DI VON BALTHASAR

Il ponte tra la teologia del cuore ferito ucraino e la teologia della bellezza di Hans Urs von Balthasar risiede nell'idea che la bellezza non sia un’estetica superficiale, ma la gloria di Dio che rifulge nel massimo del dolore: la Croce.
Ecco come si connettono questi tre elementi:

1. La Bellezza come "Amore che si espone"
Per Von Balthasar, la bellezza divina (Gestalt) si manifesta pienamente nel momento della massima "deformazione" di Gesù sulla Croce.
Connessione ucraina: La teologia del cuore ferito vede nel popolo ucraino martoriato una forma di questa "bellezza crocifissa". Non è una bellezza che compiace l'occhio, ma una bellezza che commuove il cuore perché rivela la verità dell'amore che si sacrifica.
Sviatoslav Shevchuk riprende questo concetto affermando che la bellezza salverà il mondo solo se è una bellezza che ha il coraggio di portare le cicatrici.

2. Il Cuore Trafitto come Centro della Gloria
Von Balthasar pone al centro della sua riflessione il Cuore di Gesù come "luogo" dove l'amore infinito di Dio si rende visibile attraverso una ferita.
L'amore di Gesù: In questa prospettiva, la ferita nel cuore di Cristo non è un incidente, ma il punto da cui sgorga la bellezza della Misericordia.
Il trauma ucraino: La teologia del cuore ferito ucraino trasforma il trauma nazionale in un’esperienza balthasariana: la ferita del popolo diventa lo spazio in cui la gloria di Dio (la sua presenza consolatrice) si manifesta. Curare una ferita è, teologicamente, un atto di restaurazione della bellezza dell'immagine di Dio nell'uomo.

3. " Gloria" nel Sabato Santo
Un tema caro a Von Balthasar è il "Sabato Santo", la discesa di Cristo agli inferi, nel luogo dell'abbandono totale.
Relazione pratica: L'esperienza ucraina dei sotterranei, dei bunker e dell'occupazione è vissuta come un "Sabato Santo" prolungato. La teologia del cuore ferito attinge alla bellezza della speranza balthasariana: la certezza che, poiché Cristo è sceso nel punto più basso del dolore umano, anche lì brilla una luce.
Questa "bellezza dal fondo del pozzo" è ciò che permette al cuore di non indurirsi nell'odio, mantenendo la capacità di sperare contro ogni evidenza.

In sintesi, la relazione è questa: l'Amore di Gesù è la sorgente, la bellezza di Von Balthasar è la chiave per interpretare il dolore come rivelazione, e la teologia del cuore ferito è l'applicazione vitale di questa gloria tra le macerie dell'Ucraina.



LA FERITA DEL CUORE DEL POPOLO UCRAINO

La teologia del cuore ferito in Ucraina è una sintesi vivente tra l'eredità storica dei suoi padri spirituali e la teodicea contemporanea. Essa trasforma il trauma della guerra in uno spazio di incontro con il divino.
Sintesi dei concetti e delle relazioni:

Le Radici (Sheptytsky & Slipyj): Il Metropolita Sheptytsky ha fornito la struttura morale (la difesa del "cuore" dall'odio), mentre il Cardinale Slipyj ha incarnato la resilienza, dimostrando che il cuore ferito può restare libero anche nel Gulag.
La Sistematizzazione (Sviatoslav Shevchuk): Il Patriarca attuale traduce queste radici in una teologia della speranza, dove la Chiesa diventa un "ospedale da campo" che cura le cicatrici dell'anima e del corpo.
La Lente Teologica (Von Balthasar): La sofferenza ucraina viene letta attraverso la "bellezza della croce". Non è un dolore estetizzato, ma la gloria di Dio che rifulge nel massimo dell'abbandono, rendendo la ferita del popolo una partecipazione diretta alla Passione di Cristo.

Finalità dell'Amore di Gesù nella ferita ucraina:
L'Amore di Gesù non interviene per cancellare magicamente il dolore, ma per abitarlo con una finalità precisa: la trasfigurazione del trauma in vita nuova.

Preservazione dell'Umanità: La finalità primaria è impedire che il cuore ucraino "muoia" a causa dell'odio. L'Amore di Gesù agisce come un antisettico spirituale che permette di combattere per la giustizia senza diventare speculari all'aggressore.
Riconoscimento della Dignità: Nella ferita, l'amore di Cristo restituisce valore a chi è stato umiliato. Ogni ferita diventa "sacra" perché è il luogo dove Dio si identifica con la vittima.
Generazione di Speranza Attiva: Il fine ultimo è la resurrezione sociale. L'amore che sgorga dal cuore trafitto di Gesù dà al popolo la forza di ricostruire sulle macerie, trasformando una nazione ferita in un faro di resilienza spirituale per il mondo intero.

In questa visione, la ferita non è più solo un segno di sconfitta, ma la feritoia attraverso cui la luce della Risurrezione inizia a filtrare nel buio della guerra.



LA VERGINE MARIA E IL CUORE FERITO DELL'UCRAINA

Nella teologia del cuore ferito, la Vergine Maria non è solo una figura di consolazione, ma la "Porta" e la "Guida" che conduce il popolo ucraino dentro il mistero del dolore trasfigurato. Il suo dolce amore agisce come un balsamo che rende possibile l'impossibile: guardare le proprie piaghe senza disperazione e unirle a quelle di Cristo.
Ecco come questa dinamica spirituale si realizza concretamente:

1. Maria come "Specchio del trauma" (Stabat Mater)
L'Ucraina si identifica con la Vergine ai piedi della Croce. Il suo cuore, trafitto dalla spada predetta da Simeone, è il primo "cuore ferito" della storia cristiana.
La tenerezza che accoglie: Maria insegna al popolo ucraino che avere il cuore spezzato non è un segno di sconfitta, ma di un amore che è rimasto fedele fino alla fine. Il suo dolce amore aiuta a non indurire il cuore per autodifesa, mantenendo la capacità di piangere e, quindi, di guarire.

2. Immergersi nelle Piaghe di Gesù
Il ruolo di Maria è quello di prendere per mano il fedele e condurlo alle piaghe di Gesù Risorto, che portano ancora i segni della Passione.
Le piaghe come rifugio: Attraverso la devozione mariana, le ferite dei soldati e dei civili non sono più viste come "vuoti" o "mutilazioni", ma come spazi che "combaciano" con le piaghe di Cristo. Maria aiuta a vedere che Gesù Risorto non ha cancellato le sue ferite, ma le ha rese luminose.
L'immersione nell'Amore: Il dolce amore di Maria toglie la "paura" della ferita. Lei sussurra che nelle piaghe di Gesù non c'è più morte, ma un oceano di misericordia. Immergersi lì significa trasformare il proprio trauma personale in un atto di corredenzione.

3. La Vergine "Orante" e la Protezione (Pokrov)
In Ucraina è fortissimo il culto della Pokrov (il Manto protettivo della Vergine).
La finalità: Il manto di Maria copre il "popolo ferito" non per nasconderne le piaghe, ma per proteggerle mentre vengono immerse nell'amore di Gesù. È una gestazione spirituale: sotto il suo manto, il dolore della guerra viene lentamente trasformato in forza di risurrezione.
Sviatoslav Shevchuk spesso invoca Maria come colei che asciuga le lacrime affinché gli occhi del popolo possano vedere la luce del Risorto oltre il buio del venerdì santo.

In sintesi, Maria è la terapeuta del cuore: con la sua dolcezza toglie il veleno dell'odio dalla ferita ucraina, permettendo a quella stessa ferita di diventare il punto di contatto con l' Amore infinito di Gesù, dove il dolore smette di distruggere e inizia a salvare.



L'ICONA DELLA POKROV DELLA MADRE DI DIO

L'icona della Pokrov (il "Velo" o la "Protezione") della Madre di Dio è il cuore visivo della resilienza spirituale ucraina. In tempo di guerra, questa immagine cessa di essere una decorazione liturgica per diventare uno scudo teologico che collega il cuore ferito del popolo all'amore vittorioso di Gesù.

L'icona del XV secolo dal villaggio Rychytsi, Museo a Rivne 

Ecco come la Pokrov si inserisce profondamente nelle argomentazioni della teologia del cuore ferito:

1. Il Velo come "Spazio di Guarigione"
Nell'iconografia della Pokrov, Maria è raffigurata mentre stende il suo velo sopra l'assemblea dei fedeli.
Relazione con il Cuore Ferito: In tempo di guerra, il velo non è visto solo come una protezione fisica dai proiettili, ma come una protezione psichica e spirituale. Sotto il manto di Maria, il "cuore ferito" dell'ucraino trova un luogo sicuro dove non deve più difendersi dall'odio. È lo spazio in cui il trauma può essere deposto senza giudizio.
Il Dolce Amore: La dolcezza di Maria nell'icona contrasta con la durezza del metallo delle armi. Questo contrasto ricorda che la vera forza non sta nella violenza, ma nella capacità di custodire l'umano sotto la grazia.

2. Il Ponte verso le Piaghe di Gesù
L'icona della Pokrov rappresenta spesso Maria in atteggiamento di intercessione verso Cristo, che appare nella parte superiore dell'icona.
Immersione nelle Piaghe: La finalità della Pokrov è condurre chi soffre a guardare verso l'alto, verso il Risorto. Maria non trattiene l'attenzione su di sé, ma "presenta" il popolo ferito a Gesù.
Trasfigurazione: Attraverso il velo di Maria, le piaghe del popolo (la guerra, le perdite, il dolore) vengono sollevate verso le piaghe piene d'amore di Gesù. Il velo funge da "filtro" che trasforma il grido di dolore in preghiera, permettendo al fedele di vedere le proprie cicatrici non più come segni di morte, ma come segni di appartenenza a Cristo.

3. La Pokrov e la "Bellezza" di Von Balthasar
In una prospettiva balthasariana, la Pokrov è l'espressione della Bellezza che protegge la Verità.
Gloria nel fango: Al fronte, l'immagine della Pokrov viene spesso dipinta su materiali poveri o portata nelle tasche delle mimetiche. Questa è la "Gloria" di cui parlava Von Balthasar: una bellezza divina che risplende proprio dove l'orrore della guerra cercherebbe di cancellare l'immagine di Dio.
Resistenza Estetica: Scegliere di venerare la Pokrov sotto i bombardamenti è un atto di "resistenza estetica": si afferma che la bellezza dell'amore materno di Dio è più reale e definitiva della distruzione circostante.

4. La Protezione del "Cuore della Nazione"
Per i padri come Sheptytsky e Slipyj, la Pokrov era il simbolo dell'unità nazionale indissolubile.
Sviatoslav Shevchuk oggi utilizza questa immagine per spiegare che, sebbene il corpo della nazione sia ferito, il suo cuore rimane intatto sotto il velo di Maria. La Pokrov assicura che l'anima del popolo non venga catturata dal nemico, anche se il territorio è temporaneamente occupato.


Conclusione: La finalità ultima

La finalità della Pokrov in tempo di guerra è trasformare il "popolo ferito" in un "popolo sacerdotale" che, guidato da Maria, entra nelle piaghe di Gesù per guarire il mondo. 
Non si prega la Pokrov solo per essere risparmiati, ma per essere trasfigurati: per far sì che il dolore non ci renda peggiori, ma più simili a Colui che ha vinto la morte con l'Amore.
La teologia del cuore ferito in Ucraina ci ricorda che il dolore, quando viene abitato dall'Amore di Gesù e protetto dal dolce manto della Pokrov, smette di essere un vicolo cieco per diventare una soglia di risurrezione.











Introduzione al Cristianesimo in Ucraina nei primi secoli d. C., di Yaryna Moroz Sarno

 

Introduzione al Cristianesimo in Ucraina nei primi secoli d. C. 


di Yaryna Moroz Sarno



Sant'Andrea che erige la croce sulle colline del fiume Dnipro,
raffigurato nella cronaca di Radzivill, XV secolo sull'esempio del XII secolo



INTRODUZIONE

     La diffusione della fede cristiana sul territorio dell'Ucraina risale ai tempi apostolici. I documenti affermano che il cristianesimo apparve sul territorio della moderna Ucraina già nel I secolo: inizialmente negli antichi stati del Mar Nero settentrionale (Chersonese, Bosforo, Olbia, Tiras). Lì l'apostolo Andrea il Primo Chiamato iniziò a diffondere il cristianesimo dalla città di Sinope, dove si trovava la sua sede ed era un centro apostolico più vicino alle terre della costa settentrionale del Mar Nero. 

    L'influenza della comunità cristiana sinopica può essere testimoniata dalla venerazione a Chersonese del santo sinopico Foca (m. 117), famoso patrono della navigazione. Nella seconda metà del IV sec. il vescovo della città Amasius Asteria menziona il culto del santo nella regione settentrionale del Mar Nero. Durante gli scavi sul territorio dell'insediamento di Chersonese, è stato creato uno stampo per un'impronta con l'immagine di San Foca e un'iscrizione, presumibilmente risalente al V secolo. Interessante è anche la diffusa tradizione cittadina di venerare il santo guerriero Teodoro Stratilate (m. 319), che soffrì ad Eraclea nel Ponto durante il regno di Licinio.


 Rovine della basilica cristiana di Chersonese


     Gli Sciti sono stati già menzionati nella Sacra Scrittura, in particolare nella Lettera di San Paolo ai Colossesi (3, 11). Da Plinio (libro 4, cap. 2) nel I secolo è stata menzionata la diocesi scitica cristiana con sede nella città Tom, che esisteva fino al IX secolo compreso; nel IV secolo la menzionava Ammiano Marcellino, libro 17, cap. 3; nel V secolo - Ermia Sozomeno, Storia Ecclesiastica, libro 6, cap. 21; nel VI secolo - Procopio di Cesarea, Storia bizantina, 2, p. 457; nel X secolo - Costantino Porfirogenito, De cerimoniis, XXII, 17 e 26, ecc. 

   La permanenza dell'apostolo Andrea in Crimea (a Panticapeo e Chersonese) è abbastanza probabile. Nella sua "Geografia" Tolomeo d'Alessandria (89-167) poteva già avvalersi delle testimonianze sui viaggi di Sant'Andrea o i suoi discepoli. Tuttavia, alcune fonti nominano anche la stessa Scizia, cioè le regioni profonde della pianura dell'Europa orientale. Troviamo tali notizi in Ippolito di Roma (III secolo), Eusebio di Cesarea (IV secolo), Eucherio di Lione (fine IV - l'inizio V secolo), Epifanio di Cipro (VIII secolo), nei cataloghi degli apostoli attribuiti a Doroteo di Tiro, Sofronio ed altri. 



La chiesa di Sant'Andrea a Kyiv,
 costruita sul posto dove è stata messa la croce da parte di Sant'Andrea. 



SANT'ANDREA APOSTOLO



Sant'Andrea, mosaico della chiesa di San Michele a Kyiv, XII secolo 


    La Scizia apparteneva alla sfera di attività apostolica di Sant'Andrea. La Scizia, l'attuale Ucraina, che si trovava più vicino a Sinope, fu per l'apostolo considerata come territorio di missione. La missione di Sant'Andrea in Scizia fu testimoniata dal vescovo romano del III secolo Ippolito, poi nel IV secolo confermò Eusebio di Cesarea nella sua Storia della Chiesa che si riferiva all'opera di Origene, non conservata, secondo la quale la Scizia e la Tracia caddero sotto Andrea per la predicazione.  

      Secondo le testimonianze di Origene, Sant'Ippolito (ca 222), di Ippolito Romano (III secolo), Eusebio Panfilo, vescovo di Cesarea di Palestina, (m. 340) (PG, Historia  ecclesiasticae, libro III, cap. I, vol. 20, coll. 214-215), San Doroteo di Tiro (307-322), Sofronio (m. 390), Epifanio di Cipro (m. 403), Eucherio di Lione (m. 449), Isidoro di Siviglia (570–636), il monaco Epifanio (fine dell'VIII - all'inizio del IX secolo), Metafrasta del X secolo, ecc. e molti altri gli storici bizantini dei secoli IV - VIII, il primo che predicò il Vangelo nella Scizia fu l'apostolo Sant'Andrea

    Eusebio  scrisse nella "Storia della Chiesa" (libro III, capitolo 1) che  "i santi apostoli e discepoli del nostro Salvatore furono dispersi in tutto il mondo (per la scienza di Cristo). Secondo la tradizione, Sant'Andrea era destinato in Scizia, Giovanni in Asia, dove visse e morì a Efeso.

      Sant'Ippolito di Roma (III secolo) scrisse: "...Andrea, che predicava agli Sciti e ai Traci" (PG, X, p. 951). Eusebio di Cesarea (IV secolo) "Tra i santi apostoli e discepoli del nostro Salvatore, che erano sparsi per tutto il Cosmo, Tommaso, secondo la tradizione, ricevette come sua porzione la Partia, Andrea - la Scizia"  (Eusebio, Hist. eccles., III, 1). Eucherio di Lione (fine del IV-inizio del V secolo) scriveva: "Andrea addolcì la predicazione degli Sciti" (Euch. Instructionum, lib, I, III).

    Il monaco Epifanio racconta che l'apostolo Andrea compì tre viaggi: aggirò la costa occidentale dell'Asia Minore, la costa meridionale del Mar Nero e raggiunse la penisola iberica; durante il terzo viaggio, aggirò la costa orientale e settentrionale del Mar Nero, visitò il Bosforo o Kerch, Chersoneso e Feodosia. Epifanio racconta di aver scritto tutto questo basandosi sugli scritti di antichi scrittori ecclesiastici; inoltre, egli stesso percorse l'intera costa del Mar Nero, da Sinope al Bosforo, Chersoneso e Feodosia; ovunque ascoltò storie locali sull'apostolo Andrea, vide con i suoi occhi chiese, croci, immagini di Sant'Andrea, ovunque interrogò, raccolse e annotò i nomi dei discepoli di Andrea, che furono i primi vescovi delle chiese fondate dall'apostolo. E sulla base di questo racconto di Epifanio, siamo convinti che già ai suoi tempi circolassero ovunque opinioni e tradizioni secondo cui l'apostolo Andrea avrebbe predicato sulle rive settentrionali (ucraine) del Mar Nero.

   L'apostolo Andrea probabilmente visitò le principali città scite: Olbia, Chersonese, Teodosio, Panticapae, Fanagoria e poi risalì il fiume Dnipro fino a Kyiv. 
   La storia della missione scita dell'apostolo Andrea fu sviluppata dagli autori ecclesiastici successivi: Dositeo di Tiro, Epifanio di Cipro (IV secolo), Eucherio di Lione (V secolo), papa Innocenzo, Leone Magno, Sant'Agostino, Giovanni Crisostomo, Nikita di Paflagonia (IX - X secolo) ed altri. San Giovanni Crisostomo credeva che l'apostolo Paolo abbia predicato anche sul territorio dell'Ucraina. 

   Nel sud dell'Ucraina, i sacerdoti ordinati dall'apostolo Andrea, Inna, Pinna e Rimma, furono martirizzati per la loro fede. Il cristianesimo vi penetrò anche attraverso la deportazione dei condannati cristiani ai lavori forzati. 



PAPA CLEMENTE  I (DISCEPOLO DI SAN PIETRO) (90-100)



San Clemente, mosaico nella cattedrale di Santa Sofia a Kyiv, l'XI secolo


Papa Clemente I (90–100) divenne un altro missionario nelle terre dell'Ucraina, discepolo dell'apostolo Pietro. Secondo la tradizione della Chiesa (la prima menzione di ciò si trova nel VI secolo nella Storia di Gregorio di Tours), Clemente fu esiliato a Chersonese.   

     Papa San Clemente (90-100), che secondo la descrizione nella sua vita convertì numerosissimi abitanti del penisola, morì come martire a Chersonese. Esisteva la missione di San Basilio e dei suoi discepoli ("Vita dei Santi Vescovi di Chersonese", versione di Gerusalemme). Secondo la testimonianza della vita del santo San Clemente, grazie alle sue prediche e ai suoi miracoli, convertì al cristianesimo quasi la maggioranza della popolazione della Crimea. Non era l'unico cristiano nelle miniere di Crimea, secondo le stime c'erano circa 2.000 cristiani in esilio, tra i quali Сlemente continuò a guidare il ministero cristiano. La sua predicazione convertì anche i pagani locali, per i quali il santo venne infine messo a morte. Fu gettato in mare per ordine dell'imperatore, legandogli un'ancora al collo. San Clemente I morì all'inizio del I secolo, nel 97 o 101 dove fu martirizzato per aver propagato la fede cristiana. 

    Secondo la leggenda, lo stesso San Clemente fece abbattere il primo tempio vicino alla cava. Le voci sul successo dell'attività missionaria del santo a Chersonese raggiunsero l'imperatore e diede un ordine segreto di annegarlo in mare. Nel 101 seguì il martirio del sommo sacerdote. Come oppositore della religione romana ufficiale, fu esiliato nelle cave di Chersonese, e all'inizio del II secolo fu martirizzato per aver propagato la fede cristiana. 
   Come testimonia la sua "Vita", San Clemente durante la sua permanenza a Chersonese, trovò lì molte migliaia di cristiani nella città e 75 chiese.   


San Clemente, affresco nella cattedrale di Santa Sofia a Kyiv, l'XI secolo 

   La tradizione di venerare le sue reliquie si sviluppò a Chersonese nel IV secolo. Ecco cosa riferisce al riguardo il monaco scrittore bizantino Teodosio: "... la sua tomba è nel mare, dove fu gettato il suo corpo; questo San Clemente aveva un'ancora legata al collo, e ora nel giorno della sua memoria tutto il popolo e i sacerdoti si siedono sulle barche e quando salpano lì, il mare si asciuga per sei miglia, e nel luogo dove si trova la tomba, si piantano le tende, si costruisce un altare e lì dentro si celebrano le liturgie per otto giorni, e lì il Signore compie molti miracoli, guarendo i malati e gli indemoniati". 



GLI SCITI, I SARMATI, IL CRISTIANESIMO E LA TRADUZIONE DELLA BIBBIA IN UCRAINA (I - IV sec.)

      Che la fede in Cristo si stesse diffondendo tra gli Sciti - sul territorio dell'attuale Ucraina - è chiaramente testimoniato dalla storia dei tre martiri - Inna, Rimma e Pinna, riportata nel Menologio dell'imperatore Basilio II datato 20 gennaio. In questo racconto leggiamo che questi martiri provenivano dalla "Scizia, dalla parte settentrionale"; erano discepoli dell'apostolo Andrea e continuarono a insegnare agli Sciti e a battezzare molti, ma il sovrano scita li catturò e li consegnò alla tortura. In quel periodo ci fu un inverno gelido, i fiumi gelarono così tanto che non si poteva più navigarli; i santi furono legati a tronchi alti nell'acqua e lì gelarono.   

       Gli scrittori ecclesiastici della fine del II - l'inizio del III Tertulliano (m. 220 ca), Origene (m. 254), del IV - inizio del V secolo: Atanasio d'Alessandria (m. 373), Giovanni Magno (m. 407), Giovanni Crisostomo (m. 407), San Girolamo (m. 420) raccontano sulla diffusione del cristianesimo ai loro tempi in Scizia, menzionavano gli Sciti e i Sarmati. Gli scrittori dei secoli III - V come Tertulliano (m. 240), Atanasio di Alessandria (m. 373), e San Girolamo (m. 420), parlano della diffusione del cristianesimo. Le fonti greche menzionarono la predicazione del Vangelo tra i popoli sciti. 

    Nella più antica testimonianza del famoso Quinto Settimio Fiorente Tertulliano (circa 160-220) scritta tra la fine del II e l'inizio del III secolo "tra i popoli che accettarono Cristo, si nomina gli Sciti e i Sarmati accanto ai Daci e ai Germani (e separatamente da loro)" (Tert. adversus iudaeos, VII, PL, I-II, 649-650). Tertulliano scrisse tra la fine del II e l'inizio del III secolo, quindi la sua testimonianza è estremamente preziosa. Registra i primi inizi della penetrazione del cristianesimo nell'Europa orientale.

   La testimonianza di Atanasio di Alessandria, combattente contro l'eresia ariana (300-373 circa), risale alla prima metà o metà del IV secolo. Tra i popoli che accolsero la parola di Cristo, nomina gli Sciti, gli Etiopi, i Persiani, gli Armeni, i Goti (PG, XXV-XXVI, 51). Particolarmente importante è il fatto che gli Sciti sono menzionati separatamente dai Goti. Le chiese etiope, armena e gotica sono infatti tra le più antiche. Il fatto che gli Sciti siano separati dai Goti merita un'attenzione particolare (come sapete, gli storiografi tarda antichità spesso li identificano). 

   Il messaggio di Epifanio, vescovo di Costanza (circa 314-367), si riferisce a un episodio reale dell'attività missionaria dei seguaci del cristianesimo primitivo nell'Europa orientale. Epifanio scriveva, "L'anziano Avdio, fu esiliato, essendo stato esiliato dal re nel territorio della Scizia a seguito della rivolta dei popoli e della denuncia fatta al re dai vescovi. Rimase lì, non so quanti anni, e proseguì, fino all'interno di Gotha, predicò la dottrina cristiana a molti Goti, e da allora monasteri, ostelli, voti di verginità, giovinezza e rigoroso ascetismo sorsero nella stessa Gozia.". Il re che sottopose Abdia a repressioni fu Costanzo II (337-361). Come possiamo vedere, l'azione si svolge a metà del IV secolo.

     Entro la fine del IV sec. Giovanni Crisostomo (347 - 407 ca), uno degli ideologi più importanti della patristica, nei suoi commenti al Vangelo di Matteo, osservò che "sia gli Sciti che i Sauromati (cioè i Sarmati) traducendo la Sacra Scrittura ciascuno nella propria lingua, filosofano su queste parole” (PG, LXIII, 501, 51). 

   San Girolamo nella sua lettera al Lete (ad Laetam) che il Cristianesimo si diffonde nel mondo, tanto che anche gli Unni studiano il salterio, e il freddo della Scizia arde del calore della fede "Scythiae frigora fervent calore fidei" (Hieronymus, Epist. ad LeatamPLvol. XXII, col. 870) e si ritiene che l'immagine della sua espressione indichi abbastanza chiaramente quelle parti della Scizia. 

    Secondo le testimonianze degli storici bizantini della Chiesa dei secoli III - VII, il cristianesimo si diffonde tra gli sciti. Tertulliano, Atanasio d'Alessandria Girolamo, Giovanni Crisostomo, parlando della diffusione del cristianesimo tra le nazioni menzionavano gli sciti e sarmati. 
   Giovanni Crisostomo nella sua omelia del giorno di Pentecoste dice che gli apostoli ricevettero lo Spirito Santo dopo la discesa su di loro e che tutti coloro che ai loro tempi si volsero a Cristo ricevettero il dono delle lingue dopo il battesimo, e tra le altre lingue nomina lo Scita (PG, v. L, col. 459). 
    Beato Teodorico narrò che Giovanni Crisostomo inviò i missionari a predicare il Vangelo tra gli sciti e fondare le chiese. Le informazioni sul battesimo degli sciti si può attribuire alla Grande Scizia, che comprende il territorio dell'odierna Ucraina.         Nei secoli III - IV i residenti dell'attuale Ucraina si convertirono al cristianesimo. Gli insediamenti degli slavi dell'inizio del IV secolo comprendeva la diocesi scitica. All'inizio del IV secolo il cristianesimo si affermava in Crimea. 

    La Chiesa della Scizia Minore fu addirittura indicata come una di quelle esemplari in termini di purezza della fede. Nella c. d. Scizia Minore sono stati scavati molti monumenti paleocristiani: templi di varie forme architettoniche, principalmente basiliche, iscrizioni, oggetti liturgici, tombe, ecc. In uno dei villaggi della Scizia Minore nacque lo scrittore cristiano Giovanni Cassiano il Romano (360-430/435). All'inizio del VI secolo (505-514), gli abitanti della Scizia Minore, insieme ai Mizi e ai Traci, erano spinti dallo zelo per la fede. 



I GOTI-UCRAINI E IL CRISTIANESIMO COME RELIGIONE DI STATO (III - VI sec.)

     Nel III secolo dal nord arrivarono in Ucraina i Goti. All'inizio del IV secolo, sotto il metropolita Teofilo di Bosforo, fu istituita la cattedra episcopale gota. 
   Teofilo insieme ai il vescovo Filippo di Chersoneso e il vescovo Cadmo di Cimmeria Bosforo - sono menzionati tra i partecipanti al primo concilio di Nicea del 325. In Tauride, il vescovo Teofilo battezzò il futuro martire Nikita. Sotto Wulfila, successore di Teofilo, la diocesi era già indubbiamente collegata alla Gozia di Crimea.

   Il primo vescovo della Gozia è stato considerato Teofilo di Gozia, un partecipante al Concilio di Nicea nel 325. Secondo altra versione (V. G. Vasilevsky e A. A. Vasiliev), il primo vescovo dei Goti di Tauria (della Crimea montuosa) fu Unila, nominato intorno al 397 da Giovanni Crisostomo. 
   Giovanni Crisostomo ordinò il vescovo goto di Unila prima del suo esilio nel 404 in Armenia nella città di Kukuz. In una lettera alla diaconessa Olimpiade, scritta nel 404, Giovanni Crisostomo scrisse: "...il degno vescovo di Unila, che ho recentemente nominato e inviato in Gozia, dopo aver compiuto molte grandi imprese, è morto. E Maduri arrivò con le lettere di Τού ρηγός των Γότθων - il re o principe dei Goti, in cui quest'ultimo chiedeva di inviare loro un vescovo. E ora, poiché non vedo altro modo per rimediare alla catastrofe imminente, se non ritardando e rinviando (è impossibile per loro ora salpare per il Bosforo o per quel paese in generale), allora dovresti cercare di ritardarli per il momento a causa dell'inverno" (Joannis Chrysostomi. Epistola XIV Olimpia didiaconissae//Migne J. P. Patrologiae Graecae. Tomus Lll, col. 618). 

   Alla fine del IV secolo i Goti (prima i Visigoti sul Danubio, poi i Visigoti in Transilvania e gli Ostrogoti nella regione del Mar Nero) adottarono ufficialmente il cristianesimo come religione di stato. 
    Questo atto è tradizionalmente associato al nome del grande illuminista Ulfila, primo vescovo goto, che tradusse le Sacre Scritture nella loro lingua madre. 

Questo è descritto in dettaglio da Filostorgio (Phylost. Eccles. Hist., II, 5), Socrate (Socratis Hist. Eccles., IV, 33), Sozomeno (Sozom. Hist. Eccles., IV, 37), Teodorito di Ciro (Theodor. Eccles. Hist., IV, 33) ed altri. Il contemporaneo di Eusebio Girolamo (intorno agli anni '330 e '340 - 420) sottolineò che "il freddo della Scizia ribolle del calore della fede", che "gli Unni studiano il Salterio" e "l'esercito rosso e bianco dei Goti porta dietro di sé le tende delle chiese" (Euseb. Jeron. Epistolae, PL., XXII, 870). Nella "Storia ecclesiastica" redatta da Ermia Sozomeno intorno al 444 (l'esposizione fu portata al 423), leggiamo: "Quando la Chiesa si espanse in questo modo in tutto l'Impero Romano, la religione cristiana penetrò anche tra i barbari. Le tribù che vivevano lungo il Reno, i Celti e gli estremi Galati che vivevano sulla costa dell'Oceano, e anche i Goti e le tribù che vivevano nelle vicinanze con loro sulle rive del fiume Istria molto tempo fa, avendo accolto Cristo, cambiarono i loro costumi in uno più mite e ragionevole" (Sozom. Hist. Eccles., II, 6). Nel brano citato, la parola "molto tempo fa" attira particolare attenzione, che presume che si tratti piuttosto di secoli.
 
   Importante è la testimonianza dell'autore della prima metà del V secolo, Teodoreto di Cirro (in gr. Θεοδώρητος Κύρρου) (390-457). Nella sua "Storia Ecclesiastica" egli racconta delle attività del vescovo di Toma Bretanion, che "governava le città di tutta la Scizia" (Theodor. Eccles. Hist., IV, 31). 
   In un'altra opera polemica rivolta contro le "passioni elleniche", scrisse che i missionari provenienti dal popolo ("pescatori, pubblicani e conciatori") "portarono le leggi del Vangelo a tutti i popoli e li convinsero ad accettare le leggi del Crocifisso, non solo i Romani e i popoli a loro soggetti, ma anche le tribù Scite e Sauromate, gli Indiani, gli Etiopi e i Persiani" (PG, XXXIII, p. 1037). Inoltre: "Le leggi passarono ai Persiani, agli Sciti e agli altri popoli barbari dopo la loro (apostoli) morte e, nonostante l'opposizione di tutti, non solo i barbari, ma anche gli stessi Romani, continuarono a mantenere la stessa fede" (PG, XXXIII, p. 1037).

     Eusebio Girolamo (circa 30-40 del IV secolo - 420) sottolineò che “l'esercito rosso e biondo dei Goti porta persino le tende delle chiese” (Euseb. Jeron. Epistolae, PL, XXII, 870). 
   L'invasione degli Unni (375) fermò per un certo periodo la diffusione del cristianesimo nelle terre ucraine, sebbene i Goti rimasero nella Crimea meridionale. Le tradizioni raccontano dei 7 vescovi di Chersonese, che affermarono la nuova fede e soffrirono per essa. 

    Nel VII secolo Papa Martino, che qui contribuì alla diffusione del cristianesimo, era in esilio in Crimea. Nell'VIII secolo la fede cristiana in Crimea fu affermata da Giovanni di Gozia. A poco a poco penetrava anche in Chozaria. A quel tempo in Ucraina erano attive fino a 7 diocesi. 

    Al VII Concilio Ecumenico di Nicea (787), sotto i quali lasciarono firme numerosi gerarchi affidabili della Crimea: il diacono del vescovo del Bosforo Davide e il vescovo di Sugdea Stefano. I vescovi di Chersonese e del Bosforo parteciparono ai consigli locali Patriarcato di Costantinopoli: pertanto al Concilio Quinisesto di Trullo 691-92 e Costantinopoli 879-880. 

      Tertulliano testimoniava anche che gli Sciti e i Goti furono cristiani, che risultano antichi atti di martirio spesso a Tomi, così come in altre città vicine della Tracia, Marcianopoli ed Eraclea. La persecuzione dei cristiani ebbe luogo non solo al terzo, ma sia nel secondo che anche nel primo secolo. 



LE ANTICHE DIOCESI DELL'UCRAINA

      Sui territori meridionali dell'Ucraina attuale inizialmente si formarono 6 diocesi: Scizia, Chersonese, Gothia, Surozh, Fula e Bosforo in Crimea soggetti al Patriarcato di Costantinopoli. 
   Nel III - IV secolo esistevano già diverse diocesi cristiane nella regione settentrionale del Mar Nero: Scita (nel corso inferiore del Danubio), di Bosforo e di Chersonese in Crimea, Gozia. 

    Dopo l'editto del 313 dell'imperatore Costantino il Grande esisteva già una significativa comunità cristiana. Prima del 312 già esistevano e furono conservate diverse catacombe in Crimea. Al Concilio di Nicea del 325 parteciparono i vescovi Filippo da Chersonese e Cadmio dal Bosforo. Anche ai Concili III di Efeso del 438 e IV di Costantinopoli del 451 parteciparono vescovi di Chersonese e Bosforo. 

    All'inizio del IV secolo, sotto il metropolita Teofilo di Bosforo, fu istituita la cattedra episcopale gota. Teofilo, come i suoi vicini - il vescovo della città di Chersoneso Filippo e il vescovo cimmerio del Bosforo Cadmo - sono menzionati tra i partecipanti al Primo Concilio di Nicea del 325. 
     In Tauride, il vescovo Teofilo battezzò il futuro martire Nikita. Sotto Wulfila, successore di  Teofilo, la diocesi era già indubbiamente collegata alla Gozia di Crimea. Il nome del vescovo Eferio di Chersonese compare nell'elenco dei partecipanti al secondo Concilio Ecumenico di Costantinopoli del 351. 

     La presenza del vescovo di Chersoneso al II Concilio Ecumenico, così come singoli monumenti della fine del IV - inizio del V secolo, testimoniano la presenza di una comunità cristiana nel Chersoneso in questo periodo: la comunità cristiana era ristretta, e ciò è dimostrato dall'assenza di una sezione cristiana specifica nella necropoli di Chersoneso alla fine del IV - inizio del V secolo, a differenza di Pantikapeia e dei cimiteri della Pannonia, dove venivano sepolti solo i cristiani. Probabilmente, solo alla fine del V-VI secolo, una piccola cappella compare sul sito della necropoli a sud-est della città, dove in seguito fu costruito il tempio, attorno al quale i cristiani iniziarono a essere incoronati. Successivamente, sopra questa cappella fu costruito il tempio dei Martiri, che, secondo gli studiosi, fu edificato sul luogo di sepoltura di papa Martino, esiliato a Chersoneso.

    Uno dei primi eventi del regno di Rheskuporidas VI (Tiberio Giulio Rheskoporis VI (Τιβέριος Ἰούλιος Ῥησκούπορις Στ', m/n -341/342) - re del Bosforo dal 303 al 341/342, probabilmente il primo monarca cristiano del Bosforo) fu il viaggio del vescovo del Bosforo Cadmo (secondo la seconda lista di Domno) a Nicea per il Primo Concilio Ecumenico del 325. 
  Al IV Concilio Ecumenico di Calcedonia del 451 fu addirittura sollevata la questione dell'autocefalia della Chiesa di Chersonese. Al VII Concilio Ecumenico del 787 parteciparono i santi Stefano il Confessore, arcivescovo di Sourozh (l'attuale Sudak), e San Giovanni, vescovo di Gozia.



L'EPARCHIA SCITA

  L'Eparchia Scita occupò la parte orientale nei secoli III - VIII quasi tutta odierna regione di Odessa, parti adiacenti delle regioni attuali dell'Ucraina di Kherson e di Mykolaiv. 
     Alla fine del II o III secolo viene menzionato il vescovo scita Evangelik di Tomia che governò la diocesi scita durante le persecuzioni di Diocleziano (284-292) e diviene martire. Dal III alla metà del VI secolo si conoscono i nomi dei dodici vescovi della diocesi scita, tra cui perlomeno Teotimo era di origine scita o slava.  

          San Teotimo (menzionato nel 392 - ca 412) era contemporaneo a San Giovanni Crisostomo, era noto a San Girolamo ("Sugli uomini famosi"), partecipò al Concilio del 399. Viaggiò molto in tutta la diocesi, scrisse le opere "Sull'insegnamento del Salvatore", "Contro gli idoli", interpretazioni sul libro di Genesi e le opere di Giovanni Damasceno. Dagli storici cristiani era chiamato "filosofo" e "scita". 

     San Vetrano (Bretanian) di Tomia (menzionato 367/69 - + 378 ca) menzionato dallo storico della chiesa Soramen. 
   Geronzio Terenzio (+ non prima del 381, non oltre il 392), vescovo di Tomia, succedendo San Vetrano alla sedia Tomia. È stato ricordato come partecipante al II Concilio ecumenico, che si unì alla condanna conciliare della dottrina macedone. Dopo il Concilio, il 31 luglio 381, l'imperatore Teodosio il Grande gli ordinò di "mantenere pura l'Ortodossia nelle città della Scizia Minore". 
   Nel 392 viene già menzionato il suo successore sulla cattedra, San Teotimo I. Il vescovo Timoteo partecipò al Concilio Ecumenico del 431. 
  Vescovo Giovanni di Tomia (+ prima del 449), probabilmente è succeduto al vescovo Timoteo sulla cattedra di Tomia. Partecipò costantemente alle accese controversie teologiche del suo tempo, visitando spesso Costantinopoli. Possessore di un'ampia educazione latina e greca, tradusse molti libri religiosi dal greco al latino. Il suo contemporaneo, lo scrittore latino Marius Mercator, scrisse che il vescovo Giovanni era: "uno dei migliori teologi del suo tempo... uno dei più ardenti oppositori delle eresie di  Nestorianesimo e dell'Eutichianesimo". Diversi frammenti delle sue opere sono sopravvissuti fino ad oggi. Il vescovo Giovanni morì prima del 449.

    Vescovo Alessandro di Tomia (menzionato negli anni 449 e 451 - m. non prima del 451), fu difensore zelante della purezza della fede e della fede, partecipò nel 449 al Concilio di Costantinopoli, che condannò il monofisismo. La firma di questo gerarca rimase sul settimo Atto del Consiglio. A causa dell'attacco degli Unni alla sua diocesi, non poté prendere parte al IV Concilio Ecumenico del 451, sebbene firmò gli atti finali del IV Concilio. Si conosce nome di Teotimo II della seconda metà del V secolo, Paterno menzionato tra il 519 e il 530, Valentino, menzionato nel 549, tra il 550 e il 553. 

   I gerarchi sciti erano indipendenti prima del Concilio di Calcedonia (451), ma secondo la regola 28 di questo concilio, l'eparchia scitica passò sotto l'autorità diretta del patriarca di Costantinopoli. Secondo lo storico bizantino Sozomeno (400 - 450 ca), la particolarità della diocesi scitica era che conservava costantemente l'antica usanza, secondo la quale un solo vescovo governava sempre le Chiese dell'intera provincia. 



L'EPARCHIA GOTA IN CRIMEA

   Nel III secolo erano già conosciute le diocesi di Scizia, Chersonese (gr. Χερσόνησος, Korsun), Bosforo, dopo di Fula (in gr. αἱ Φοῦλλοι) e Sudak (in gr. Σουγδαία, in slavo eccl. Cурож, Surozh). L'invasione gota interruppe lo sviluppo del cristianesimo in Crimea. Ma poi alla fine del III secolo in Crimea sorse un'eparchia indipendente gota. 
Nell'VIII secolo Bisanzio fondò in Crimea la metropolia gota, subordinata al patriarca di Costantinopoli. Lo stesso Giovanni Crisostomo consacrò vescovo Unil per la metropolia. 

    Dopo l'editto del 313 dell'imperatore Costantino il Grande esisteva già una significativa comunità cristiana. Prima del 312 già esistevano e furono conservate diverse catacombe in Crimea. Al Concilio di Nicea del 325 parteciparono i vescovi Filippo da Chersonese e Cadmio dal Bosforo. Anche ai Concili III di Efeso del 438 e IV di Costantinopoli del 451 parteciparono vescovi di Chersonese e Bosforo. 

   Nel ІІІ secolo і Goti si stabilirono nelle terre ucraine. I Goti di Crimea e di Azov furono i primi a convertirsi dai greci prigionieri del Caucaso e di Trebisonda negli anni 256-57. I missionari cristiani provenienti dall'Asia Minore, da Gerusalemme e da Costantinopoli diffusero il cristianesimo tra i Visigoti alla fine del III e all'inizio del IV secolo. Nel IV secolo in Crimea sorse un'eparchia gota indipendente (Gozia). La diocesi cristiana gota, formatasi sotto la metropoli, estese la sua giurisdizione alla nuova, prima diocesi cristiana vicino al costa settentrionale del Mar Nero, al Bosforo e ad altri territori dove era già Cristianesimo – Caucaso e Basso Volga. 
   C'erano le firme sotto gli atti del primo Concilio di Nicea del 325, dove sono elencate: Provinciae GothiaeTheophilus Gothiae metropolisProvinciae BosphoriDomnnus Bosphorensis
   Indubbiamente, questo implica la Gozia danubiana, e la posizione della firma del metropolita gotico accanto a quella del vescovo del Bosforo è molto interessante. Ricordiamo che in documenti successivi anche la diocesi gotica è menzionata accanto a quella del Bosforo. È possibile che il compilatore della notazione di De Boor, basandosi sui materiali del concilio del 325, abbia combinato la Gozia di Crimea e quella danubiana, attribuendole quasi... l'intero territorio della Cazaria fino alla sua metropolia. 

     Il vescovo ostrogoto Teofilo partecipò al I Concilio Ecumenico di Nicea nel 325. A quel tempo, lo stato Goto occupava il territorio della regione del Mar Nero settentrionale. Partecipante al Concilio di Costantinopoli nel 381 fu il vescovo visigoto Ulfila (311-386) tradusse il Nuovo Testamento in lingua gotica ("Codex Argenteus"), ma in seguito lui e i visigoti divennero ariani. Esiste opinione che tra i goti il cristianesimo si diffuse sotto forma di arianesimo. Nell'VIII secolo la metropolia gotica con 7 vescovi, copriva tutta Chozaria fino al Volga ed era sotto la giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli. 

    Nelle attività del VII Concilio Ecumenico del 787 a Nicea partecipò il vescovo di Gothia che firmò gli Atti del Concilio. Uno di questi - "Giovanni, vescovo dei Goti" - permette ai ricercatori di identificarlo con il vescovo gotico della Vita di Giovanni di Goti e di localizzare tradizionalmente la diocesi gotica nella Tauria meridionale. Punto di vista non meno tradizionale sull'esistenza di un vescovato indipendente nella "terra dei Goti" entro e non oltre la prima metà dell'VIII secolo. Lo notiamo in un confronto dettagliato dei dati disponibili sulla situazione ecclesiastica e politica nella Gothia di Crimea nell'VIII secolo e le attività di Giovanni dei Goti, molti argomenti di questo concetto sembrano tutt'altro che indiscutibili. 
 

Rovine di Chersonese


L'EPARCHIA DI CHERSONESE

     Secondo fonti epigrafiche, i cristiani furono perseguitati a Chersonese nella tarda antichità. Leggende tardo cristiane li associavano alle attività dell'apostolo Andrea il Primo Chiamato, del papa Clemente I di Roma (secondo la tradizione della chiesa, fu martirizzato qui nel 101), nonché dei primi sette vescovi del Chersonese, che agirono nel IV secolo, quando fu creata la diocesi (dal IX secolo ebbe lo status di arcivescovado, dal XIII secolo - metropolitana)

   Nel IV secolo l'eparchia di Chersonese (Χερσόνησος — ἡ χερσόνησος, in ucr. Корсунь, Korsun) con sede a Chersonese (vicino all'odierna Sebastopoli) era già ben nota. Secondo le "Vite dei santi vescovi di Chersones" nel 299, vescovo Ermone di Gerusalemme inviò i vescovi Basilio ed Efrem a Chersonese per predicarvi il cristianesimo. Chersonese aveva le sue "tombe sante". Necropoli Karantinnaya Balka è tradizionalmente considerato il luogo di sepoltura dei primi cristiani. Testo “Le vite dei santi vescovi di Chersonese ci permettono di supporre che tre dei sette primi vescovi - Eugenio, Agatodoro ed Elpidio - furono sepolti qui. Sul territorio del cimitero si sta formando un complesso commemorativo cristiano. Il suo centro era una chiesetta, che precedeva alla chiesa cruciforme della Vergine delle Blacherne (gr. Βλαχέρναι; lat. Blachernae).

    La diocesi di Chersonese rappresentava vicino al Mar Nero il cristianesimo bizantino e nell'VIII secolo, divenuta una metropolia, contribuì con il suo influsso a tutta la vita ecclesiastica sulla costa abbandonata della Crimea e nei territori di due nuove diocesi – Sugdea (Sudak) e Fula.

    Esiste versione che la diocesi scita di Crimea (esisteva fino al XV secolo compreso) fu fondata nel 301 dal patriarca di Gerusalemme Eramone (Hermas) (m. 314) che inviò nella città di Chersonese i vescovi Basilio ed Efraimo. Dopo il martirio dei santi Efrem e Basilio nel 310, il patriarca inviò tre vescovi in Crimea: Eugenio, Elpidio e Agatodoro. Successivamente il patriarca inviò il vescovo Etereo. La prima conferma attendibile si trova negli Atti del II Concilio Ecumenico con la firma del vescovo Eferio.

       I dati delle notifiche episcopali (Corpus notitiarum Episcopatuum), contenenti gli elenchi dei vescovi presenti ai Concili ecumenico e locale, e gli elenchi dei centri amministrativi della Chiesa, permettono di stabilire i nomi dei vescovi di Chersonese che hanno partecipato agli incontri ecclesiali. 

   Si conoscono alcuni nomi dei vescovi della diocesi di Chersonese: negli atti del II Concilio Ecumenico (381) è stata ritrovata la firma del vescovo Eferio, che di solito viene identificato con il vescovo Eferio, noto dalle “Vite dei santi vescovi di Chersonese”. Dal testo delle Vite dei vescovi di Chersonese conosciamo anche i nomi dei vescovi Basilio, Eugenio, Eupidio, Agafodor. 

     I vescovi del Chersonese parteciparono al III Concilio Ecumenico (Efeso) nel 431, e successivamente al IV Concilio Ecumenico (Calcidone) nel 451 e ai seguente Concili ecumenici. Il nome del vescovo Longino compare due volte negli Atti del Concilio locale di Costantinopoli del 448, nei documenti del 438, 451 e 459. Stefano partecipò al V Consiglio Ecumenico di Costantinopoli del 535. Sotto gli atti del Concilio del Trullo del 692, c'era la firma di Gregorio I “Gregorio, indegno vescovo di Chersonese di Doran”. Vescovo Titus Phillius è stato menzionato nel 314. Sono stati ritrovati i timbri dei vescovi Giovanni e Zaccaria della prima metà dell'VIII secolo.  

   Il vescovo Sisinio di Chersonese firmò gli atti del VII Concilio Ecumenico (787).  Il vescovo Gregorio II governò all'epoca dei Santi Cirillo e Metodio. Negli Atti del Concilio di Costantinopoli 879-80 esisteva firma dell'arcivescovo di Chersonese Paolo.  

  
Resti della città di Chersoneso



Basilica di Chersonese

I resti della basilica degli Apostoli, Chersonese
  
       Sul territorio di Chersonese e dei suoi dintorni furono scoperti monumenti unici di arte monumentale  risalenti al IV secolo. Nel IV — all'inizio del V secolo nelle necropoli della città di Chersonese sono state registrate sepolture dei cristiani. Nella necropoli della città sono state scoperte dieci cripte con le pitture cristiane, databili alla seconda metà dei secoli V - VI. Allo stesso periodo appartengono i tipici complessi sepolcrali cristiani e le lapidi a forma di croce. Inizia la costruzione delle basiliche. Nella zona del porto esisteva un ptokhion (casa per i pellegrini) paleo-bizantino intitolato a San Foca. 

    La principale basilica episcopale della città nel nome degli apostoli Pietro e Paolo e la residenza vescovile si trovavano sulla sponda nord-orientale dell'insediamento. All'estremità orientale della città, chiamata Partenone, sorgeva la Basilica dell'Apostolo Pietro. All'estremità nord-occidentale dell'insediamento si trovava il monastero di S. Leonzio con il martirio di S. Basilio (il primo vescovo della città) e il nosocomion (ospedale). Vicino al muro difensivo occidentale, non lontano dalla porta della città, che aveva il nome Santa o Bella, c'era una fortezza fondata alla fine dell'VIII secolo e la chiesa di San Sozonto con un piccolo monastero di campagna. 

    I monasteri sono conosciuti anche vicino a Baia Quarantine, nel sud-est della città. Il più significativo di loro aveva la chiesa della Madre di Dio Blacherna, accanto al quale nel 655 fu sepolto papa Martino I, esiliato a Chersonese. C'erano almeno 5 chiese sull'agorà (la piazza centrale della città), il posto centrale tra i quali era occupato dalla basilica di San Basilio. La maggior parte di questi templi apparvero nella seconda metà del VI - prima metà del VII secolo e funzionarono fino al X e XI secolo.

   Numerosi edifici religiosi scoperti a seguito degli scavi testimoniano l'importanza della chiesa nella vita della Chersonese medievale. I sigilli del clero di Chersonese ci hanno portato i nomi del vescovo Zaccaria (VIII secolo) e degli arcivescovi Stefano (metà del X secolo), Luca (X secolo) e Costantino (XI secolo). Bolla del Vescovo di Chersonese dell'VIII secolo è stato trovato in Sugdee medievale, e il sigillo dell'arcivescovo di Chersonese dell'XI secolo nell'antica Anchial, sulla costa della Bulgaria.    

   Nella prima metà del VI secolo, durante il dominio dell'imperatore bizantino Giustiniano I o poco prima, Chersonese fu incluso in Bisanzio, cioè la città divenne completamente sotto il controllo del potere imperiale di Costantinopoli, la religione cristiana divenne dominante, sebbene i fedeli cristiani apparvero qui fin dagli inizi del cristianesimo. A Chersonese nel 655 morì papa San Martino I, qui esiliato dall'imperatore bizantino per essere stato eletto dal clero senza il suo consenso e per aver condannato i monofisiti. 

     In Crimea nell'VIII secolo molti iconofili, perseguitati dagli iconoclasti saliti al potere, si trasferirono dall'Asia Minore. Il numero delle diocesi salì a cinque e furono create le diocesi di Sugde (con centro a Sudak) e Fulska (località sconosciuta). 



IL REGNO CRISTIANO DEL BOSFORO

  Le prime tracce della presenza dei cristiani nella regione del Mar Nero settentrionale furono trovate sul territorio del Bosforo e del regno del Bosforo. A Panticapaeum sono stati scoperti dei graffiti l'immagine di una croce, datata non oltre la metà del II secolo. L'immagine è una delle prime, se non il più antico, da immagini datate archeologicamente in modo affidabile del principale simbolo cristiano. Tale ritrovamento conferma il fatto della diffusione del cristianesimo sul Bosforo nel II secolo
   Tra i monumenti cristiani c'è la lapide di Eutropio del 304. Di notevole interesse è un anello con gemma, sul quale è raffigurata l'immagine di due pesci ai lati di una croce, risalente alla stessa epoca. Tali prove non sono isolate e permetteranno di giudicare non solo l'esistenza della comunità, ma anche la graduale crescita di quest'ultima. 
  Il cristianesimo si sviluppò nel regno del Bosforo. Furono scoperte nel Bosforo piccole necropoli cristiane. Entro l'inizio del IV secolo nel Bosforo esisteva già una sede episcopale. Al Concilio di Nicea del 325 era presente il vescovo Teofilo del Bosforo. Gli elenchi apostolici (IV secolo) menzionano la predicazione nel Bosforo dell'apostolo Simone lo Zelota. 


L'ARCIDIOCESI DEL BOSFORO

    L'unificazione delle comunità cristiane nella diocesi di Bosforo aprì un nuovo periodo di cristianizzazione della Crimea. Nella seconda metà del V secolo cristianesimo diventa la religione ufficiale del regno del Bosforo. Ma per molto tempo le sue comunità cristiane rimasero piuttosto piccole. Alla fine del V - primo terzo del VI secolo impero bizantino iniziò qui la costruzione su larga scala di basiliche cristiane (Pantikapei–Bosforo, Tiritaka, ecc.). 

   Diocesi del Bosforo, probabilmente prima dell'inizio del VI secolo unificò il territorio dell'intero stato del Bosforo ed ebbe, secondo l'analogia bizantina, una struttura chiara. Fino al 451 fu autocefala, poi entrò nella diocesi del Ponto, subordinata al patriarcato di Costantinopoli. 
      Il vescovo di Bosforo Teofilo (secondo altre fonti vescovo Cadmo) era presente al I Concilio Ecumenico a Nicea del 325 e firmò i documenti del Concilio. Un vescovo che era menzionato nel Primo Concilio Ecumenico, si firmò: Domn di Bosforo. 
    Negli atti dei seguenti decreti conciliari troviamo anche le firme dei sovrani del Bosforo: "... un vescovo del Bosforo è menzionato da Sozomeno... per ordine dell'imperatore Costanzo, nel 344, da ogni nazione a comparire al concilio di Nicomedia; questo vescovo, giunto qui prima degli altri, perì nell'incidente di Nicomedia, in seguito ad un terribile terremoto. Un altro, di nome Eudox, fu presente a tre Concili locali... Nel 344, il vescovo di Bosforo partecipò al concilio locale di Nicomedia. Vescovo di Bosforo Eudossio prese parte nei concili di Costantinopoli nel 448 e 459 e nel concilio di Efeso nel 449. Un certo vescovo di Isgudia è menzionato in un'iscrizione onoraria sotto il re Duptun (483).  

    Il celebre vescovo Giovanni del Bosforo partecipò ai Concili di Costantinopoli del 518 e del 536. Vescovo Giovanni, nel 519 firmò i decreti del Concilio di Costantinopoli. Nel VI secolo il vescovado del Bosforo fu incluso nelle cattedre del Patriarcato di Costantinopoli. Secondo la notizia dello Pseudo-Epifanio, dalla fine del VII secolo la cattedrale del Bosforo venne annoverata tra gli arcivescovadi autocefali. Questo documento informa che la diocesi del Bosforo, insieme alla diocesi di Chersones, appartiene alla diocesi di Zikhia.
   La famosa iscrizione-epitaffio con il nome Kyriacus su una delle colonne della chiesa di Giovanni Battista a Kerch, datata con il 757 e proveniente, probabilmente, dai ruderi di un precedente edificio religioso. 

   Infine, il nome dell'altro vescovo del Bosforo, Andrea, è menzionato nelle firme del settimo Concilio ecumenico (nel 787), dove leggiamo: «Davide, umilmente diacono del santissima Chiesa del Bosforo, al posto di Andrea, suo Reverendissimo Vescovo, firmò". I documenti del VII Concilio Ecumenico del 787 furono firmati dal diacono della "Santa Chiesa del Bosforo" Davide per il vescovo Andrea. 

   L'arcidiocesi del Bosforo è registrata come parte dell'eparchia Zikhi del Patriarcato di Costantinopoli nelle notizie non ufficiali dell'epoca del patriarcato di Niceforo (806-815). Nella "Vita dell'apostolo Andrea" (tra l'815 e l'843) si parla della chiesa di Santi Apostoli sul Bosforo in questo momento e una tomba nelle sue fondamenta con i resti delle reliquie del compagno di Sant'Andrea Simone Canaita. 


Rovine di Panticapeo

   Panticapeo (in gr. Παντικάπαιον, attuale Kerch) o Bosforo, un'antica città, la cui storia risale al VI secolo a. C., , la capitale del potente regno del Bosforo, aveva la più antica chiesa conservata sul territorio ucraino, fondata del IV - VI secolo e dedicata a San Giovanni Battista.  
   Nonostante l'esistenza quasi millenaria della diocesi, le informazioni su di essa sono estremamente scarse. Non si sa quasi nulla dei suoi predecessori. 
   Il suo primo vescovo fu membro del Concilio di Nicea nel 325: Teofilo di Bosforo (in lat. Theophilus Bosphoritanus), mantenne la presidenza fino al 341. 

     Il suo successore, prima del 381 o prima del 383, Ulfila, il creatore dell'alfabeto gotico, tradusse le Scritture in lingua gotica ("Bibbia gotica"). Ulfila più attivamente, con il sostegno degli imperatori bizantini, impegnata in attività missionarie, battezzò un numero enorme di Goti, diffuse il cristianesimo tra i Goti; tuttavia, Ulfila predicava il cristianesimo nella forma del tardo arianesimo (il suo Credo include anomianesimo, subordinazionismo, macedonismo). I discepoli di Ulfila presero in prestito il suo credo. 

     Il successore di Ulfila, Selina, apparteneva al partito ariano-psafiro. Il goto Unila fu nominato dal patriarca di Costantinopoli Giovanni Crisostomo "per i Goti" dopo il 397. Nel 404, grazie agli intrighi dell'imperatrice Eudossia, Giovanni Crisostomo fu rimosso dal pulpito e mandato in esilio. A questo proposito, una lettera del santo apparve alla diaconessa delle Olimpiadi. Si sa da lui che Unila morì nello stesso anno 404, e il santo, preoccupato che una persona indegna sarebbe stata nominata alla cattedra del Bosforo dai suoi avversari, chiese di ritardare l'ambasciata del sovrano di Gothia, citando le difficoltà del mare per viaggiare nel Bosforo nei mesi invernali. Ci sono le notizie del vescovo goto Nicita, al cui posto il monaco Cirillo firmò a suo nome gli atti del VII Concilio ecumenico (II Nicea) nel 787.  


L'EPARCHIA DI FULA

    L'eparchia di Fula era una delle cinque eparchie cristiane sul territorio della Crimea, un'antica eparchia del patriarcato di Costantinopoli in Crimea con sede nella città di Fula (in gr. αἱ Φοῦλλοι). 
    Sorse non più tardi della metà del IV secolo, perché al I Concilio Ecumenico era presente il suo vescovo che firmò Dominus del Bosforo.  Nel VII o VIII secolo la diocesi di Fula fu elevata al rango di arcivescovado (gr. ἀρχιεπισκοπὴ Φούλλων). Nel IX secolo, arcidiocesi di Fula fu menzionata  sotto numero 36 dello statuto dell'imperatore bizantino Leone VI. In seguito alla riorganizzazione della gerarchia ecclesiastica, nel 1156 entrò a far parte della diocesi di Sugdei-Fula. 

   La diocesi cambiò ripetutamente confini e nomi. Le prime notizie di diocesi risalgono al IV secolo e poi al 715. I vescovi successivi ad Eudossio furono presenti a tre Concili locali: nel 448 a Costantinopoli, Efeso nel 449 e Costantinopoli del 459. La diocesi di Fula viene menzionata negli elenchi delle diocesi di Costantinopoli nell'VIII secolo. Nell'VIII secolo molti iconofili, perseguitati dagli iconoclasti saliti al potere, si trasferirono dall'Asia Minore in Crimea.
    La città di Fula era menzionata in fonti agiografiche dedicate ai Santi Cirillo e Metodio, nonché a San Giovanni di Gothia. La posizione esatta della città è sconosciuta. Secondo alcune fonti la città potrebbe essere situata sul territorio di un antico insediamento balneare scoperto nei pressi di Koktebel sulla collina di Tepsen. Altri esperti associano Fula alle città rupestri di Chufut-Kale e Keys-Kermen. In totale, sono note più di 15 versioni dell'ubicazione della città. 
    In seguito alla riorganizzazione della gerarchia ecclesiastica, nel 1156 entrò a far parte della diocesi di Sugdea-Fula. Successivamente l'eparchia di Fula cambiò ripetutamente confini e nomi e fu abolita nella seconda metà del XVI secolo. Il territorio della diocesi era vasto e successivamente venne unito alla diocesi di Sugdea. 
   Nel 1678 l'eparchia di Cafa -Fula fu nuovamente riorganizzata e collegata diocesi di Gothia, a seguito della quale apparve l'eparchia di Gothia-Cafa, senza menzione di Fula. La popolazione dell'ex principato rimase, per la maggior parte, cristiana fino allo sfratto nella regione di Azov nel 1778.


LA DIOCESI DI SUROZH

      Un altro centro ecclesiastico in Crimea durante questo periodo era l'eparchia di Surozh, o Sugdai. Non si sa quando sia stata fondata esattamente questa diocesi, ma si può presumere che già alla fine del I secolo.
    Gli abitanti di questa regione furono illuminati dal cristianesimo, perché la storia di queste terre è legato alla storia delle diocesi del Chersonese e dei Goti. Almeno al tempo del VII Concilio Ecumenico di Nicea nel 787 a Sugdai è presente un'importante comunità cristiana guidata da un proprio vescovo, che ha firmato personalmente i suoi atti. 
    Il Sinaksyr di Surozh contiene informazioni sulla ristrutturazione della cattedrale della città, la Basilica di Santa Sofia, nel 630 (793).

    La diocesi di Surozh (la città esisteva sotto il nome Sugdea (in gr. Σουγδαία), i genovesi la chiamavano Soldaia, l'antico nome ucraino della città era Surozh) è una storica diocesi del Patriarcato di Costantinopoli in Crimea con centro nella città dell'attuale città Sudak. Sorse all'inizio dell'VIII secolo e stata annullata nella seconda metà del XVI secolo.
    Nelle fonti storiche il nome Sugdea (nella forma di Sugdabon) compare per la prima volta nella "Cosmografia" dell'anonimo di Ravenna (700 ca). La data di fondazione della città nel 212 è nota da una fonte molto tarda (un'iscrizione dei secoli XII - XV al Sinaksario di Sugdei) e ha il carattere di una leggenda tarda sull'inizio della città. La città Fula è stata menzionata dallo storico bizantino del VI secolo Menandro Protettore. Poi compare nell'agiografia del Santo Giovanni di Gothia della fine dell'VIII secolo, che fu tenuto prigioniero nella città nel 787 e battezzò e curò il figlio del signore locale, prima di fuggire ad Amastris. 
   Nel IX secolo, l'agiografia di Costantino il Filosofo menziona la "nazione di Phoulloi", che venerava una quercia ed era governata da un anziano. Le Notitiae Episcopatuum del Patriarcato di Costantinopoli alla fine dell'VIII e del IX secolo registrano che il vescovo dei Chazari (Chotziroi) risiedeva vicino a Phoulloi e in un altro luogo con il nome turco Kara Su ("Acqua Nera"), ellenizzato come Charasion (Χαράσιον) o tradotto come Mabron Neron (Μάβρον Νερὸν) nelle Notitiae. Nelle successive Notitiae, Fula (Phoulloi stesso appare come il mare di un arcivescovo. Nel XIV secolo, la sede locale era stata fusa con quella di Sougdaia e un vescovado metropolitano di Sougdaia e Phoulloi è ampiamente attestato nei documenti del XIV-XV secolo. Il destino della città in seguito è sconosciuto.


LA DIOCESI DI FULA

   La diocesi di Fula viene menzionata per la prima volta negli elenchi delle diocesi del trono di Costantinopoli nell'VIII secolo. Unificazione della diocesi di Fula con la diocesi di Sugde nel 1156. e la sua divisione nel XVI secolo. tra le diocesi di Kafka e Goth indicano che il centro della diocesi di Fula potrebbe trovarsi sul sito dell'Antica Crimea, costruita nei secoli XIII-XIV all'incrocio delle rotte commerciali che portano a Sudak e Kafa.   
    La diocesi fu fondata non più tardi dell'inizio - la metà dell'VIII secolo, sotto il patriarca Germano (715-730 anni). Per lo meno, dalla vita del venerabile Stefano, che divenne arcivescovo di Surozh a metà dell'VIII secolo e fu nominato, secondo la sua "Vita", dal patriarca Germano, che prima c'era stato un predecessore lui sulla sedia Surozh. Questa datazione è confermata anche dai ritrovamenti di sigilli episcopali. Quindi, nell'VIII secolo a Surozh esisteva già un arcivescovado autocefalo. Tuttavia, appare molto più tardi negli avvisi. È menzionato nella notizia dell'epoca del patriarca Nicola il Mistico e dell'imperatore Leone il Saggio all'inizio del X secolo al 47° posto dopo l'arcivescovado del Bosforo, nonché nella notizia di De Bor, la datazione di cui alla fine dell'VIII secolo viene messo in discussione. Eccola al 30 esimo posto.
     Al VII Concilio Ecumenico di Nicea (787) partecipò il vescovo di Surozh: negli atti del VII Concilio ci sono le firme dell'arcivescovo di Surozh Stefano (Santo Stefano di Surozh). Il sinaksare di Surozh contiene informazioni sulla ristrutturazione della cattedrale della città, la Basilica di Santa Sofia, nel 6301 (793). Intorno al 1156 Fullska venne aggiunta alla diocesi di Surozh. L'eparchia unita divenne nota come Surozh e Fulla. Nel 1262 Sudak fu conquistata dai Tartari, ma molti degli invasori furono battezzati. Dopo il 715 - il primo vescovo di Surozh (nome sconosciuto) e il secondo Vescovo di Surozh (nome sconosciuto). Dopo il 715 - Stefano Surozky. Dopo il 787 - vescovo Filareto di Surozh. 



L'INFLUSSO BIZANTINO AL CRISTIANESIMO UCRAINO (V - VII sec)

    Nel V secolo la Crimea è caratterizzata da un'intensificazione della penetrazione della fede cristiana nella coscienza della popolazione e da un aumento significativo dei suoi seguaci. Appaiono centri stabili di organizzazione ecclesiale. 
    Si può presumere che la ragione principale di questi cambiamenti nel modo di cristianizzare la popolazione locale sia stata la politica statale di Bisanzio. I processi menzionati si riflettono nelle testimonianze scritte sulla presenza dei vescovi di Crimea ai concili ecclesiastici. 
    Apparvero le prime chiese monumentali, cimiteri cristiani, si espanse la cerchia del culto e degli oggetti domestici con simboli cristiani. Continuando la politica di attacco ai pagani, che fin dai tempi di Teodosio I cominciarono a diffondere segretamente i loro culti, Giustiniano I (527-565) procede al divieto totale del paganesimo e al battesimo legalmente sancito dell'intera popolazione multicolore di l’impero, come possibile fattore della sua integrazione. 

      Il periodo dei secoli V-VI è stato per la Crimea  un periodo di penetrazione attiva della fede cristiana nella coscienza della popolazione, l'emergere di centri stabili di organizzazione ecclesiastica, il rafforzamento delle diocesi di Chersonese e di Bosforo, che fu il risultato di un divieto completo e legalmente sancito del paganesimo e del battesimo forzato dell'intera popolazione dell'impero. Una delle principali manifestazioni di questo processo è stata la comparsa di un gran numero di edifici religiosi in tutte le regioni della Crimea, la diffusione e l'ampia accettazione dei simboli cristiani. 

   Nel VII-VIII sec. Bisanzio fondò la metropolia gotica in Crimea, subordinato al Patriarca di Costantinopoli, con sede a Doros (Mangup). Lo stesso Giovanni Crisostomo ha consacrato vescovo Unil per l'area metropolitana. Questa metropolia comprendeva diocesi che si trovavano sul territorio del Chaganate dei Chazari.             Successivamente, quando la tensione tra il Khaganato e Bisanzio aumentò, i Chazari iniziarono a trattare i cristiani in modo un po' più aggressivo. Dopo l'arrivo dei Tartari in Crimea, la popolazione ortodossa locale cominciò a sentirsi più libera. La metropolia gotica si sviluppò, ma non si diffuse oltre la penisola di Crimea. 



CIRILLO E METODIO (IX sec.)

    Secondo i dati archeologici, la cristianizzazione dei territori della Ciscarpazia (Prykarpattia) iniziò già nei secoli VI-VII.
      Il cristianesimo si diffuse in Ucraina anche dall'Occidente, dalla Moravia, dove negli anni '60 dell'800 i santi Cirillo e Metodio e i loro discepoli svolgevano opera missionaria con l'aiuto del Papa di Roma e del Patriarca di Costantinopoli. Entrambi gli apostoli slavi in ​​viaggio verso i Chazari visitarono la Crimea e lì trovarono le reliquie di papa Clemente I. 
    La tradizione collega la penetrazione del cristianesimo attraverso la Galizia fino alla Volinia con l'attività dei fratelli illuministi, dove anche esisteva la diocesi di Peremyśl prima del battesimo di Volodymyr. 
    Nell'VIII - IX secolo il cristianesimo continuò a diffondersi attivamente nell'antica Rus' -Ucraina. Quando negli anni 860 Santi Cirillo e Metodio vennero a Chersonese trovarono già molti cristiani e tradotto il Vangelo e Salterio. 
    La comunità cristiana a Kyiv costruisce la chiesa in onore del profeta Elia nell'VIII secolo o all'inizio del IX secolo, che in seguito diviene come cattedrale della città. Il Cronista orientale Ibn-Khordadbeg nella seconda metà del IX secolo raccontava di mercanti dalla Rus'-Ucraina che erano cristiani. 
   Anche prima della campagna di Askold dell'860, Rus'-Ucraina aveva familiarità con il cristianesimo, la presenza di cristiani tra loro (in particolare tra i mercanti) è confermata da fonti arabe e bizantine.
     In definitiva il cristianesimo si diffuse sulle terre ucraine molto prima del battesimo ufficiale di San Volodymyr (988) e ancor prima del battesimo di Ascold e Dyr negli anni 860'.
    All'inizio del X secolo, secondo lo Statuto della Chiesa in Crimea c'erano 5 diocesi: Gozia, Chersonese, Bosforo, di Sugde e Fula. 

     









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